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lunedì 18 giugno 2018

Il rapimento di Proserpina

Continuiamo a parlare di dei e di stagioni, facendo un po' di analisi, oggi, di uno dei miti più belli, impreziosito, poi, dagli eleganti versi di Claudiano.
L'opera, rimasta incompiuta (probabilmente per la morte dell'autore), è ricca, tra l'altro, di accurate descrizioni dei paesaggi nei quali si snoda la vicenda e devo confessare che la lettura è  talmente intrigante che mi fa venir voglia di tornare in Sicilia, dove pur sono stato alcuni mesi fa.
Già, perché Cerere, essendo ormai la figlia Proserpina in età da marito, dopo aver respinto la corte di Marte e di Apollo, temendone il rapimento, la nasconde proprio sull'isola.
Plutone, però, pur circondato da immense ricchezze, comincia a sentirsi solo nel suo “Dark Reign” e minaccia di “scatenare l'inferno” se non gli verrà concessa una moglie.
E' interessante leggere un brano del suo “cahier de doléances”,  perché ci mostra un'immagine diversa da quella che siamo propensi ad associare al sovrano dell'Ade.

Nereia glauco
Neptunum gremio complectitur Amphitrite ;
te consanguineo recipit post fulmina fessum
Iuno sinu. quid enim narrem Latonia furta,
quid Cererem magnamque Themin ? tibi tanta creandi
copia ; te felix natorum turba coronat.
ast ego deserta maerens inglorius aula
implacidas nullo solabor pignore curas ?

Anfitrite, figlia di Nereo, nell'azzurro grembo
Nettuno accoglie; te, stanco dopo aver scagliato i tuoi fulmini,
 Giunone stringe al fraterno petto. E che dire, poi,
dei tuoi furtivi diletti con Latona, con Cerere e con Themis?
A te è dato di generare in gran copia;
una moltitudine felice di figli ti circonda,
mentre io senza gloria nella vuota reggia
mesto rimarrò e non potrò alleviare gli aspri affanni con un figliolo?

Tutto sommato, il potente Plutone merita la nostra comprensione..A questo punto, Giove si trova, come tutti i regnanti, a dover prendere delle decisioni difficili: da un lato, deve scongiurare una guerra fratricida, dall'altro...dove la trova una sposa,  degna di un dio,  che accetti di rinunciare alla luce e all'aria per le tenebre?
Purtroppo  non c'è.. Anzi, ci sarebbe Proserpina, che è in età da marito ed è bellissima...Certo, non accetterebbe mai di vivere negli inferi e figuriamoci se  Cerere darebbe il suo consenso!!!!
Bisogna, quindi, giocare d'astuzia: Giove ordina a Venere di aiutare Plutone a rapire Proserpina..

Viderat haec dudum summa speculatus ab arce
Iuppiter ac Veneri mentis penetralia pandit :
‘ curarum, Cytherea, tibi secreta fatebor.
Candida Tartareo nuptum Proserpina regi
iam pridem decreta dari : sic Atropos urget ;
sic cecinit longaeva Themis, nunc matre remota
rem peragi tempus. fines invade Sicanos
et Cereris prolem patulis inludere campis,
crastina puniceos cum lux detexerit ortus,
coge tuis armata dolis, quibus urere cuncta,
me quoque, saepe soles, cur ultima regna quiescunt ?

Da molto tempo queste cose dall'alto aveva già visto
Giove osservatore ed a Venere gli arcani della sua mente svela:
'A te confesserò, o Citerea, i segreti delle mie preoccupazioni.
Che la candida Proserpina sia data in moglie al Tartareo re
già è stato decretato da tempo; così vuole Atropo;
così l'antica Themis  predisse; adesso che la madre è lontana,
è il momento di agire. Varca i confini della Sicilia
e la prole di Cerere a giocare nei campi aperti
domani, appena la luce con i suoi purpurei raggi da oriente apparirà,
induci, armata dei tuoi inganni, con i quali travolgere tutto,
me compreso, sei spesso solita, affinché resti tranquillo il regno degli inferi?'

Un bell'esempio di realpolitik!
E così Proserpina cade nella trappola ordita da Giove; mentre Plutone, nella sua terribile maestà, si accinge a rapirla, intervengono, in difesa della fanciulla, Minerva e Diana.
Mosse a pietà, le due impavide dee affrontano lo zio: Diana incocca una freccia, mentre Minerva blocca il carro del signore degli inferi e si appresta a scagliare la sua lancia.
Beh, l'immagine è veramente suggestiva e molti sono gli artisti che si sono cimentati nel tramandarcela, da Rubens a Willem Van Herp The Elder; certamente, però, nel campo della scultura,  “il ratto di Proserpina” per antonomasia è quello immortalato dal Bernini.
A spegnere il furore delle due dee interviene, immediatamente, Giove: il padre degli dei palesa il suo consenso all'atto e  alle figlie non resta che chinare, a malincuore, la testa.
Proserpina grida tutta la sua disperazione... Plutone, allora, trattiene i cavalli e …

Talibus ille ferox dictis fletuque decoro
vincitur et primi suspiria sensit amoris.
tunc ferrugineo lacrimas deterget amictu
et placida maestum solatur voce dolorem :
Desine funestis animum, Proserpina, curis
et vano vexare metu. maiora dabuntur
sceptra nec indigni taedas patiere mariti.
ille ego Saturni proles, cui machina rerum
servit et inmensum tendit per inane potestas.
amissum ne crede diem : sunt altera nobis
sidera, sunt orbes alii, lumenque videbis
purius Elysiumque magis mirabere solem
cultoresque pios ; illic pretiosior aetas,
aurea progenies habitat, semperque tenemus
quod superi meruere semel. nec mollia desunt
prata tibi ; Zephyris illic melioribus halant
perpetui flores, quos nec tua protulit Henna,
est etiam lucis arbor praedives opacis
fulgentes viridi ramos curvata metallo :


Da questi detti e dal bel pianto
il fiero è vinto ed i sospiri del primo amore sperimenta.
Con il ferrugineo mantello deterge le lacrime
e con voce tranquilla consola il mesto dolore:
Smetti di tormentarti, Proserpina, con pensieri funesti
e vano timore; scettro maggiore ti è dato
né soffrirai nozze con uno sposo indegno di te.
Io sono prole di Saturno, tutte le cose sono al mio servizio
e per l'immenso vuoto si estende il mio potere..
Perduto non credere il giorno;altre stelle abbiamo,
altri pianeti, e vedrai un lume più puro, e maggiormente il sole
che scalda l'Eliseo ed i suoi pii abitanti apprezzerai;
lì un'era più preziosa, un'aurea gente risiede, e per sempre abbiamo
ciò che nel mondo di sopra si guadagna una sola volta.
 Né molli prati ti mancheranno; per Zeffiri migliori
ivi spandono il loro profumo fiori perpetui, che nemmeno la tua Enna ha mai prodotto,
vi è poi un prezioso albero, di metallo,  in un bosco ombroso
che curva al verde i fulgenti rami :

Da che mondo è mondo, bisogna sedurre e Plutone gioca tutte le sue carte...
Mentre l'Ade celebra le nozze del suo signore, sull'Olimpo Giove convoca gli altri dei e minaccia di fulminare, in senso letterale, chi farà parola, a Cerere, dell'accaduto..Persino il padre degli dei deve ricorrere al “segreto di Stato”, perché Cerere è troppo importante per gli equilibri del mondo degli uomini.
Ma non c'è segreto che duri... Proserpina appare in sogno alla madre che, angosciata, si reca immediatamente dagli altri dei per sapere che cosa sia successo alla figlia.
Ovviamente, nessuno parla, perché di Giove tutti hanno paura; Cerere, allora, si mette alla ricerca di Proserpina.
L'opera di Claudiano si interrompe qui...Vediamo, però, come si conclude la nostra storia.
Sarà Elios, il dio della luce, a rivelare, infine,  a Cerere,  che Proserpina è stata rapita da Plutone e che Giove aveva deciso di dargliela in sposa.
La dea, irata, scatena una terribile carestia ed a nulla valgono suppliche e invocazioni.
Giove è costretto a cedere e chiede a Plutone di restituire Proserpina alla madre; quest'ultimo, però, prima della partenza, fa mangiare  alla fanciulla dei chicchi di melograno, creando così un legame indissolubile tra la fanciulla ed il regno dei morti.
Proserpina, da quel giorno, trascorrerà, perciò, ogni anno, 6 mesi nell'Ade (l'autunno e l'inverno) e 6 mesi sull'Olimpo (la primavera e l'estate).

sabato 28 aprile 2018

Il nipote di Archimede - La protesta

Va beh, ormai ci siamo... Il '68 compie 50 anni e, quindi, nemmeno noi possiamo esimerci dal parlarne.
Visto, però, che molti di noi erano troppo giovani o, addirittura, non erano ancora nati all'epoca dei fatti, lo faremo, come sempre, giocando.
La traduzione arriverà, come al solito, successivamente (altrimenti che gioco è? ).



Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός

Ἡ διαμαρτυρία


Μάιος ἦλθε καὶ πάντες οἱ παῖδες ἐστασίασαν.
Ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ ἄκρῃ νυκτὶ κατελάβοντο τὸ διδασκαλεῖον ἀλλὰ Ἰδομενέως τῶν ποδῶν κακῶς ὀζόντων οὐκ ἐδύναντο καθεύδειν καὶ διὰ τοῦτο ἦλθον οἴκαδε.
Καὶ τοῖς θεοῖς ὁ μεὶς ἐκεῖνος ἐποίησε ταραχήν· ὁ μὲν Ἄρης ὠργίζετο ὡς οἱ νέοι οὐκ ἐβούλοντο πολεμέειν , ἡ δὲ Ἀφροδίτη ἱλαρὰ ἦν ἐπεὶ πολλοὶ ἅνδρες καὶ πολλαὶ γυναῖκες ᾠκέοντο ἅμα ἀλλήλοιϛ καὶ ἐβίνεον· ὁ μὲν Ἥφαιστος ἔργων ἔπαυσε καὶ ἔκλεισε τὰς θύρας τοῦ χαλκεῶνος,ἡ δὲ Ἄρτεμις ἀπηγόρευσε πᾶσι θηράειν· ὁ μὲν Διόνυσος ἐγεώργει ἴδιον φυτὸν ὁ δὲ Ἀπόλλων ἐκιθάριζε πᾶσαν ἡμέραν· ἡ μὲν Ἀθηνᾶ ἐκήδετο τῶν παίδων οὐ μανθανόντων, οἱ δὲ Ποσειδῶνος λόγοι περὶ τῆς θαλάσσης ἀπέραντοι ἦσαν.
Ὁ Ζεὺς καὶ ἡ Ἥρα ἐβουλέσθην διαλύεσθαι ἀπʹἀλλήλοιν.
-Ὠς ἥδε ταραχὴ ἀφανισθήσεται, τὶ δεδωκὼς ἔσται; ἠρώτησεν ὁ τοῦ Γλαύκου πάππος.
-Πού αἰσθητικὸν νέον, ἀπεκρίνατο Μητρόδωρος, ὁ ῥαψῳδός.

Σ.Δ. 

P.S.
Il nipote di Archimede
La protesta

Maggio giunse e tutti i bambini si ribellarono.
Glauco ed i suoi amici, al calar della notte, occuparono la scuola ma, poichè i piedi di Idomeneo emanavano un cattivo odore, non riuscivano a dormire e perciò se ne tornarono a casa.
Quel mese portò lo scompiglio anche tra gli dei;Ares era adirato poichè i giovani non volevano fare la guerra mentre Afrodite, invece, era contenta perché molti uomini e molte donne abitavano insieme e praticavano il libero amore; Efesto smise di lavorare e sbarrò le porte della fucina mentre Artemide, dal canto suo, proibì a tutti di andare a caccia; Dioniso coltivava una strana pianta  e Apollo suonava la cetra tutto il giorno; Atena era preoccupata perchè i bambini non studiavano e le conferenze di Poseidone sul mare, poi, erano interminabili.
Zeus ed Era volevano divorziare.
-Quando questa confusione svanirà, cosa ci avrà lasciato? chiese il nonno di Glauco.
-Forse una sensibilità nuova, rispose Metrodoro, il rapsodo.

venerdì 2 marzo 2018

Di buon Mattino

…quedóse don Quijote esperando el día, así, a caballo, como estaba, y no tardó mucho cuando comenzó a descubrirse por los balcones del Oriente la faz de la blanca aurora…(Don Quijote de la Mancha , Capítulo LXI, parte 2ª)

Concludiamo il trittico dedicato alla Napoli letteraria di fine '800 (e inizio '900!) riservando questo spazio a Matilde Serao.
Come tutti saprete, nel 1892, insieme ad Edoardo Scarfoglio, Matilde fondò il “Mattino”, il giornale che regala il titolo al post odierno.
Da quelle colonne, la coppia diede voce ai lavoratori ed al sottoproletariato napoletano e quando scoppiò la c.d. “rivolta del pane” (1898), il giornale fu sottoposto a sequestro (e Scarfoglio dovette rifugiarsi all'estero!).
L'opera, per molti aspetti, più interessante della Serao è, comunque, “Il ventre di Napoli” , un vero e proprio pellegrinaggio tra i vicoli ed i bassi, un'accurata inchiesta-denuncia e, soprattutto, una confutazione puntuale delle immagini menzognere, diffuse ad arte, di un popolo e di una città.
La superficialità ed il pregiudizio sono, infatti, gli strumenti più vili per etichettare le persone e certe rappresentazioni macchiettistiche sono innocue solo apparentemente.
E ascoltiamo, allora, cosa ci racconta la scrittrice...
Iniziamo proprio dal lavoro...Già, perché la verità vera è che i napoletani lavorano di più e guadagnano di meno..

Le mercedi sono scarsissime, in quasi tutte le professioni, in tutti i mestieri. Napoli è il paese dove meno costa l’opera tipografica; tutti lo sanno: i lavoranti tipografi sono pagati due terzi meno degli altri paesi. …
I sarti, i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati nella medesima misura: una lira, venticinque soldi, al più trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.
I tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno. E notate che la gioventù elegante di Napoli, è la meglio vestita d'Italia: che a Napoli si fanno le più belle scarpe e i più bei mobili economici; notate che Napoli produce i migliori guanti.

Per non parlare, poi, del vero e proprio sfruttamento al quale è sottoposto il lavoro femminile e quello minorile..
E, allora, visto che per molti riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena è quasi una vittoria campale, considerando che nelle case costruite per gli operai ci abita la borghesia, poiché i primi non possono permettersi di pagarne l'affitto, non resta che “il lotto”.

Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano.
Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia.

E se la speranza rinasce puntualmente dalle sue ceneri, per le necessità più spicciole c'è, dietro l'angolo, in perenne attesa, l'usuraio.

Ma perché — si domanda — la povera gente non si rivolge ai due Banchi dello Spirito Santo e di Donnaregina? Perché si fa spogliare da queste agenzie? Gli è che a questi Banchi governativi il tramite è molto lungo — e molta gente non ha pazienza, non sa come fare, vuole sbrigarsi presto, è presa da una necessità urgentissima e preferisce entrare in una delle prime agenzie che trova, dove la servono subito, senza formalità e senza molte parole; gli è che in questi Banchi governativi la pubblicità è sempre grande, e una persona timida vi arrossisce di vergogna e preferisce entrare nella penombra discreta delle agenzie private, dove tutto sembra fatto con una grande segretezza; gli è che il venerdì ed il sabato, perché il popolo napoletano deve giuocare al lotto, ha giuocato, la folla è così grande che i Banchi governativi non bastano più e il popolino si riversa nelle agenzie private.

Eppure, nonostante i debiti ed i guai, la “pietas” recita sempre un ruolo di primo piano nel vissuto quotidiano di questa gente.

È naturale che il popolo non possa far carità di denaro, al più povero di lui, non avendone; ma si vedono e si sentono carità più squisite, più gentili....

La Serao ci illustra diversi esempi di “solidarietà creativa”, a dimostrazione che chiunque, se veramente vuole, può sempre dare qualcosa.
E la politica che fa?
Quello che si fa molto spesso quando la situazione è ingarbugliata e che Matilde chiama “Il paravento”..Il risanamento voluto da Umberto I, infatti, qualche miglioria l'ha apportata, ma i problemi sono ben lungi dall'essere risolti...

Entrando, poi, nel Rettifilo, l'occhio un po' distratto, un po' stanco del viaggiatore, scorrendo rapidamente, finisce per avere un senso di ammirazione, per la larghezza di questa via, per il suo disegno che, sino ad un certo punto, è bello. Mancano, è vero, gli alberi, che formano la poesia di tutti i paesi civili del mondo...

...il viaggiatore non vede che l'esterno; e la messa in scena del Rettifilo, del resto abbastanza felice, ottiene il suo effetto.

E dietro “il paravento” viene invece respinto il popolo napoletano, che non potendo abitare nella zona risanata poiché le pigioni sono troppo alte, finisce per concentrarsi ulteriormente nei quartieri più degradati ed insalubri, dove prosperano soltanto il vizio ed il delitto.

...e vi stupite delle statistiche dell'onta, del delitto, a Napoli, quando dimenticate che non vi sono scuole, che invano qualche anima buona di assessore grida, perché se ne aprano delle altre, mentre il goffissimo progetto del quartiere della bruttezza, a Santa Lucia, chiede un milione e duecentomila lire, poiché ciò fa comodo a un assessore qualunque! Non vi sono scuole, a Napoli, e questi cattolici che sono al Municipio di Napoli, non si vergognano di far perdurare questa cosa infame, che è l'analfabetismo, di cui tutti arrossiamo...

Fa un certo effetto pensare che, solo qualche settimana fa, un altro scrittore sensibile auspicava l'arrivo di un esercito di professori per arginare il fenomeno, che da alcuni giorni aveva guadagnato “gli onori della cronaca”, della delinquenza minorile...Scopriamo, allora, quando “Il ventre di Napoli” è stato “effettivamente” scritto..

Questo libro è stato scritto in tre epoche diverse.
La prima parte, nel 1884, quando in un paese lontano, mi giungeva da Napoli tutto il senso di orrore, di terrore, di pietà, per il flagello che l'attraversava, seminando il morbo e la morte: e il dolore, l'ansia, l'affanno che dominano, in chi scrive, ogni cura, d'arte, dicano quanto dovette soffrire profondamente, allora, il mio cuore di napoletana.
La seconda parte, è scritta venti anni dopo, cioè solo due anni fa, e si riannoda alla prima, con un sentimento più tranquillo, ma, ahimè, più sfiduciato, più scettico che un miglior avvenire sociale e civile, possa esser mai assicurato al popolo napoletano, di cui chi scrive si onora e si gloria di esser fraterna emanazione.
La terza parte è di ieri, è di oggi: né io debbo chiarirla, poiché essa è come le altre: espressione di un cuore sincero, di un'anima sincera: espressione tenera e dolente: espressione nostalgica e triste di un ideale di giustizia e di pietà, che discenda sovra il popolo napoletano e lo elevi o lo esalti!

domenica 28 gennaio 2018

Il nipote di Archimede - Giochi e passatempi

Preferivate il “Monopoly” oppure il “Risiko”? Lo “Scarabeo” oppure “Trivial Pursuit”?
I giochi da tavolo, che ci hanno fatto trascorrere dei lunghi pomeriggi nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza, non sembrano conoscere il viale del tramonto, anzi, da quanto viene riportato nelle riviste specializzate, il settore è in piena espansione.
Qualche mese fa ho acquistato uno “Stomachion”, il rompicapo inventato da Archimede di Siracusa.
Pare che siano stati proprio i suoi studenti a coniare il nome del gioco (στομάχιον significa “stomachevole”!!!!), anche se alcuni sostengono che il vero nome fosse ὀστομάχιον , vale a dire, “la battaglia degli ossi”.
Beh, certo è che il numero di combinazioni possibili delle 14 tessere per formare il quadrato è elevatissimo (17.152!) ed è probabile che, alla fine, gli studenti non ne potessero più.
Leggiamoci, quindi, il racconto di oggi (la traduzione ve la farò avere in seguito).

Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός

Παίγνια καὶ ἀθύρματα


Ὁ πάππος ἐδώρησε Στομάχιον τῷ Γλαύκῳ.
Τοῦ παιδὸς παίζοντος ἐπὶ τῆς τραπέζης καὶ λύοντος τὸ πρόβλημα , ὁ Ἰδομενεὺς ἦλθε.
Ὁ Ἰδομενεὺς ἠρώτησεν τὸν Γλαῦκον ·
-Τί ποιείς, ὦ πόνηρε;
-Λύω τὸ πρόβλημα τοῦ Στομάχιου, ἀπεκρίνατο Γλαῦκος.
-Ἐγὼ λύσω τὸ πρόβλημα ῥᾳδίως, εἶπε Ἰδομενεὺς καὶ ἀφεῖλε τὸ παίγνιον τῷ Γλαύκῳ.
Ὁ Ἰδομενεὺς ἐβιάσατο πολὺ ἀλλὰ οὐ δυνήσαιτο τὸ πρόβλημα λύειν καὶ κεφαλαλγίαν ἔσχησε· διὰ τοῦτο οἴκαδε ἀνῆλθε καὶ ἐποιήσατο κοῖτον.
Οἱ ὑβρισταὶ φρονέουσι κρέσσονεϛ εἶναι τῶν πράων.

Σ.Δ.

P.S.

Giochi e passatempi

Il nonno regalò a Glauco uno Stomachion.
Mentre il bambino giocava sul tavolo e risolveva il problema, giunse Idomeneo.
Idomeneo chiese a Glauco:
-Cosa stai facendo, buono a nulla?
-Sto risolvendo il problema dello Stomachion, rispose Glauco.
-Io risolverò facilmente il problema , disse Idomeneo e tolse il gioco a Glauco.
Idomeneo si sforzò molto ma non riuscì a risolvere il problema e gli venne mal di testa; per questo, tornò a casa e si mise a letto.
I prepotenti credono di essere migliori di chi è mite.

sabato 30 dicembre 2017

Tutti a tavola

Mentre Raffaele Viviani debuttava al teatro Umberto,  al Fiorentini ed al Bellini si applaudivano le rappresentazioni  di Salvatore Di Giacomo ed Eduardo Scarpetta.
E se Salvatore Di Giacomo ci ha regalato le parole di alcune delle canzoni più belle di sempre, come “Marechiaro” e “Oje Carulì”, i copioni di Scarpetta e della sua dinastia continueranno a far ridere generazioni e generazioni.
Passiamo quindi dal “classicissimo” Di Giacomo (è sufficiente leggersi, ad esempio, “A Capemonte” o “Povera Rosa!” per ritrovare temi cari a noi del liceo classico) ad un evergreen del teatro e del grande e piccolo schermo (già, e chi se la scorda la trasposizione cinematografica con Totò e Sophia Loren!): “Miseria e nobiltà”(E. Scarpetta, 1888).
In uno squallidissimo appartamento vivono insieme, per forza di cose, Felice, la sua compagna Luisella, Peppeniello (figlio di Felice) , un amico di Felice, Pasquale, con la moglie Concetta e la figlia Pupella. E giacché lo spazio è poco e la fame tanta, difficile sperare che la vita, in questa piccola comunità, trascorra serena...
E infatti, mentre gli uomini sono fuori a cercare di mettere insieme la cena, le donne cominciano a bisticciare..L'origine del litigio è un rimprovero fatta da Luisella a Pupella, perché...

PUPELLA: Ajssera io steva affacciata a la fenesta, aspettanno quanno passava chillo giuvinotto che va pazzo pe me, tutto nzieme venette essa e se mettette alluccà dicenno che nun steva bene a fà ammore da coppa la fenesta.
CONCETTA: Uh! Teh, teh, ha fatto scrupolo D.a Luisella! E chello che fà essa sta bene? E tu pò sì figlia a me, haje da dà cunto sula a me dinto a sta casa e a nisciuno chiù! (Luisella esce.) Vuje vedite addò nce steva aspettato stu guaio!
LUISELLA: Mò avite ditto buono Da. Concè, overo che avimmo passato lo guaio, e me parene mill'anne che passene sti 4 mise... Ne voglio fà miglia! Mamma mia, e che gente disperate e superbe!
CONCETTA: Nuie si vulimmo essere superbe, nun avimma dà cunto a nisciuno! Pe riguardo po' a disperazione, vuje nun putite parlà...
PUPELLA: Sempe cchiù disperate de nuie state!

Ovvio...Il vecchio vizio della morale “in conto terzi” ed il “cold comfort” di vedere che c'è qualcuno che sta perfino peggio di noi...
Ed a complicare la situazione arriva il padrone di casa a reclamare l'affitto...E intanto che Don Giacchino si va rendendo conto dell'impossibilità di cavare 5 mesi di fitto arretrato da gente perennemente in bolletta, giunge anche Luigino, lo spasimante di Pupella. Luigino, in teoria, sarebbe ricco, perché suo padre, che prestava servizio come cuoco presso un gentiluomo inglese, ha ereditato una grossa fortuna ma, dato che è in urto con il padre, al momento è squattrinato anche lui. E vediamo, allora, qual è la sua “strategia” :

LUIGINO: No, ma quello fà così, e poi le passa, sempre così facciamo, bellezza mia, quanno me servevo denare, io me li piglio e me ne vaco. Appena li ho finiti, o per mezzo di mia sorella, o per qualche amico che metto per lo mezzo nce faccio pace... Mò, per esempio, bellezza mia, me so' rimaste 4 solde dinta a la sacca, dimane assolutamente aggia fà pace cu papà, bellezza mia.
GIACCHINO: E si dimane papà è tuosto, e nun vò fà pace, vuje comme magnate, bellezza mia?

Beh, in certi casi, è d'uopo far pace con i genitori!!!
Le cose, comunque, sembrano andare di male in peggio...Sia Pasquale che Felice rientrano a casa senza il becco d'un quattrino e Peppeniello, stanco di essere maltrattato, fugge via...Chissà cosa avrà fatto esplodere l'ira di Felice....

FELICE: Avevo mannato a chill'assassino de figliemo cu na lettera addò nu signore. (Vedendo Peppeniello:) Ah, staje lloco!! Zitto mò!... Chillo è nu signore tanto buono, che me canosce da tanto tiempo, sape comme steva primma io, e sempe che aggio avuto bisogno de quacche cosa me l'ha mannato. Mò 2 lire, mò 4 lire, mò 5 lire, e a Pasca e a lo Natale m'ha mannato fino a 10 lire. Embè?!... chillo stammatina le porta la lettera tutta nquacchiata de nzogna... Ah! (Fa per inveire.)
PASQUALE: Lassalo j, Felì, chillo è guaglione!
PEPPENIELLO: E che sto' stato io? Sò state le pizze... Ma po' a sudisfazione ve l'aggio data?
FELICE: Che sodisfazione m'haje data?
PEPPENIELLO: Chelli 3 pizze che hanno nquacchiata la lettera, nn'aggio fatte 3 muorze!

Ecco, allora, il Deus ex machina ...Si sa, anche i ricchi hanno le loro pene ed il marchesino Eugenio bussa alla porta di Pasquale per domandargli un favore...Il giovanotto è innamorato di Gemma, sorella di Luigino e figlia di Gaetano Semmolone, il cuoco divenuto ricco con l'eredità del suo padrone e che, per salire qualche altro gradino nella scala sociale, vorrebbe maritarla solo ad un nobile. Eugenio è nobile, ma i suoi parenti si oppongono al matrimonio con la figlia di un ex servitore.
Questo è il piano: Pasquale ed i suoi amici fingeranno di essere la famiglia di Eugenio e faranno visita a Don Gaetano; Don Gaetano, fuori di sé per la gioia, non si accorgerà dell'inganno e darà il suo consenso alle nozze e così, una volta di fronte al fatto compiuto, anche i veri parenti di Eugenio finiranno per accettare l'unione.
Nel frattempo, Peppeniello, in cerca di una sistemazione, si è recato dal suo compare Vicienzo, che è cameriere proprio in casa di Don Gaetano e che, spacciandolo per suo figlio, riesce a farlo prendere a servizio.
Il papà di ogni bella fanciulla, specialmente se ricca e artista (Gemma è prima ballerina al S.Carlo), riceve, dall'alba dei tempi, molte visite da parte degli ammiratori della figlia ed ecco bussare, alla porta di Don Gaetano, il signor Bebè.
Dietro lo pseudonimo di Bebè si cela, però, il marchese Ottavio, il padre di Eugenio, il cui hobby è quello di corteggiare, in incognito, le ballerine.
Ma Gemma di un corteggiatore che non abbia intenzioni serie non sa che farsene ed è, invece, attratta da Eugenio, che le ha fatto pervenire un messaggio per avvisarla del piano ordito per convolare a giuste nozze. Godiamoci, allora, le riflessioni di Gemma e della sua cameriera Bettina sull'”amour” :

BETTINA: Che ne saccio, signurì?... Chello che ve pozzo dicere sulamente: stateve attiente, pecché a li vote, na figliola quanno meno se crede è ngannata!
GEMMA: Tu che dici, Bettì!?... Chillo, Eugenio, va pazzo pe me.
BETTINA: E chill'assassino de maritemo pure lo pazzo faceva e pò quanno me spusaje...
GEMMA: Comme!... Betti, tu sì mmaretata?
BETTINA: Sissignore, signuri, da 8 anne! Me spusaje nu giovene de nutaro, nu certo Felice Sciosciammocca, e doppo 2 anne de matrimonio nce spartetteme.
GEMMA: E pecché ve spartisteve?
BETTINA: Pecché chillu birbante se mettette a fà ammore cu na sarta, e pe chella femmena steva facendo j la casa sotte e ncoppa. Io l'appuraje, e le facette prima nu paliatone, e po' me nejette. Me credeve che stu mio signore, doppo quacche tiempo, se fosse ricurdato de me. Ma niente!... Sò 6 anne che sta cu chella tale, e io comme fosse morta addirittura!
GEMMA: Povera Bettina!
BETTINA: A me nun me dispiace pe isso, signurì, crediteme, ma pe nu guaglione che le rimmanette, e che isso nun m'ha vuluto mai dà... Ma si me vene ncapo, nujuorno de chiste lo vaco piscanno, e mare a isso vì!... Mare a isso! M'aggia scuntà tutto chello che m'ha fatto!... Perché se lo incontro io smetto di essere una donna separata per diventare una donna vedova.

Elementare... Bettina è la moglie di Felice e Peppeniello è figlio loro... La matassa si fa sempre più ingarbugliata...
Nel frattempo giungono Eugenio, con la finta famiglia al seguito, e Luigino, che vuole far pace con il padre per avere altri denari.
Scatta, puntuale, la trappola... Eugenio presenta la sua “famiglia” a Don Gaetano, che è così contento per la visita di gente tanto altolocata da non accorgersi nemmeno della goffaggine con la quale questa armata Brancaleone recita la propria parte.
Come se non bastasse, arriva anche Don Giacchino, il padrone di casa al quale le due famiglie devono 5 mesi di fitto, tuttavia, per benevolenza della sorte, i finti nobili non vengono smascherati.
E mentre Don Gaetano si incarica di far predisporre la sala da pranzo, Luigino incontra Pupella e dichiara a Pasquale la sua intenzione di sposarla.
Tutti stanno assaporando, finalmente, un po' di felicità; ascoltiamo, allora, lo sfogo di Felice....

FELICE: E pure che bella cosa è fà lo nobele!... Rispettato, ossequiato da tutti... cerimonie, complimenti... É un'altra cosa, è la vera vita!... Neh? Lo pezzente che nce campa affa?... Il mondo dovrebbe essere popolato di tutti nobili... Tutti signori, tutti ricchi!... Pezziente nun ce n'avvarriana stà!... Eh!... E si nun ce starrieno pezziente, io e Pascale sarriemo muorti... Nce ha da stà la miseria e la ricchezza, se capisce!... Ma sangue de Bacco!... Chillu cancaro de parrucchiere m'ha cumbinato alla perfezione... (Mirandosi allo specchio.) Pare proprio nu principe!... Nun pozzo ridere ca se ne cade lo mustaccio!... Eh, chi sa che la sorta nun nce farrà diventà quacche cosa veramente!... A la fine sò giovene, che nce vò a beni nu colpo de fortuna?... Niente!... Allora jarria truvanno a muglierema, e le diciarria: "Guarda! tu mi hai trattato in quel modo, tu non ti sei più curata di me, ed oggi sono un signore! Vuoi far pace?... Ebbene, mettiti il cappello, perché non puoi venire con me senza cappello!... Che bella soddisfazione. Eh!... Che bella vendetta!. ." Che bella paliata me facette quanno me truvaje ncoppa addo Luisella, la sarta?!... Quatto perzune nun me putevano levà da sotto a essa!... Basta!... Mò và trova addò sta!... Pensiamo adesso che sono un principe, e come principe posso fare quello che voglio io... che potrei desiderare?... Ah!... nu bicchiere di vermouth, tanto per stuzzicar l'appetito!... (Suona un tocco di campanello, che è su tavolino.)

Già, come resistere alla tentazione di ostentare la propria fortuna davanti all'ex consorte (o ex fidanzata )!!!
Ma la moglie, in questo caso, è più vicina di quanto il nostro eroe immagini..

BETTINA: Tu haje ragione che io nun pozzo fà chiasso, pecché sino faciarria nu male a la signurina... nun pozzo parlà... nun pozzo dicere chi sì... Ma però, guè! Tu lo vide stu curtelluccio... (Tira fuori un coltello a serramanico.)
FELICE: Bettina!... Posate il cortelluccio!...
BETTINA: Dinto a la panza te lo chiavo si nun me dice figliemo addò sta! (Si guarda intorno con precauzione.)
FELICE: (E chesta è capace de me lo dà dinto a la panza!... Ma ha ditto che nun pò parlà, nun pò dicere chi songo... Ah!... Aspetta che mò t'acconcio io!).
BETTINA: Dunque?...
FELICE: Io non sò voi chi siete, e che cosa dite... Io sono il principe di Casador!... (Eh! Allucca, mò!...)
BETTINA: Ah, sì lo principe de li cassarole?
FELICE: (No, so' lo princepe de li caccavelle!).

Fortunatamente anche Peppeniello si trova in casa di Don Gaetano e così Bettina può riabbracciarlo e si riconcilia con Felice.
Nel frattempo, arriva anche il vero padre di Eugenio, il marchese Ottavio, sempre sotto le mentite spoglie di Don Bebè, ma ha la sfortuna di imbattersi nel figlio che, riconoscendolo, gli estorce il consenso alle sue nozze con Gemma minacciandolo, altrimenti, di rivelare le sue frequentazioni alla zia, l'unica finanziatrice del marchese rimasto, ormai, senza una lira.
Con l'assenso alle nozze da parte del padre di Eugenio si vanifica anche l'intervento in extremis di Luisella, che svela a Don Gaetano l'inganno e che resterà l'unica esclusa nell'happy end della commedia.
Infatti, con i preparativi di due matrimoni da fare e una famiglia finalmente riunita, spariscono d'incanto il malumore e l'acredine, la discordia ed i regolamenti di conti e cala il sipario su questa storia, per usare le parole dell'autore, “di nobiltà finta e miseria vera”.
Diceva Eduardo De Filippo, nei panni di Don Andrea in “Campane a martello” (L.Zampa, 1949) : -La gente non è cattiva, sapete: ha solo paura di essere buona.

domenica 26 novembre 2017

I sette contro Tebe - Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας


Che 7 sia il numero magico per eccellenza è universalmente noto...Prima di Akira Kurosawa e di John Sturges, l'idea di redigere un copione che raccontasse di una memorabile battaglia avente per protagonisti 7 grandi guerrieri l'ebbe Eschilo (a detta di Aristofane, nelle sue “Βάτραχοι”, il più grande dei tragediografi greci ).
E poichè i temi cari al “Ciclo tebano”, come l'incerto confine tra la colpa e l'errore, l'antitesi tra la macchia del peccato originale e la ricerca tenace della virtù, l'impari lotta tra la voglia di riscatto e l'ineluttabilità del fato, sono sempre attuali, proviamo a riassumere le vicende della celebre trilogia dei Labdacidi.
Come tutti saprete, Edipo, a causa della maledizione che pesava sulla sua stirpe, uccise il padre Laio e sposò la madre Giocasta.
Da quell'unione nacquero 4 figli: Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene.
Un giorno, però, una terribile epidemia si abbattè sulla città e l'oracolo rivelò che la causa dell'ira divina era la mancata punizione dell'assassino di Laio. L'eroe, allora, iniziò le ricerche e, consultando l'indovino Tiresia, scoprì una terribile verità: era lui l'assassino di suo padre ed i suoi figli erano nati da un matrimonio incestuoso.
Giocasta, sconvolta dalla rivelazione, si uccise; Edipo, dopo essersi accecato, lasciò la città.
I due figli maschi, Eteocle e Polinice, si accordarono, allora, per regnare un anno ciascuno ma, alla fine del suo mandato, Eteocle si rifiutò di cedere, temporaneamente, la corona al fratello e lo esiliò.
Giunto nella città di Argo, Polinice sposò la figlia del re Adrasto e, guadagnato, così, il suo appoggio, ripartì alla volta di Tebe, alla testa di un esercito, per reclamare il trono.
Fermiamoci, per un momento, qui: da una parte c'è la violazione dei patti ( e quindi della Legge), dall'altra c'è il tradimento della propria patria: Polinice, per far valere il suo diritto, si rivolge ad un sovrano straniero, che porrà sotto assiedo la sua città natale.
Gli appassionati di Storia potranno citare parecchi episodi analoghi e anche oggi, con le dovute differenze, possiamo trovare delle situazioni comparabili.
La violazione del diritto altrui, di solito, non è latrice di pace e prosperità; i libri di Storia, d'altro canto, ci ammoniscono sui rischi del porre troppa fiducia nell'intervento straniero per ristabilire la Giustizia.
Eschilo, in cuor suo, sta dalla parte di Eteocle; nei “7 contro Tebe”, sorvola sulla sua colpa (eppure è stato proprio Eteocle, non rispettando l'accordo, a scatenare il conflitto) e ce lo presenta come un buon sovrano, che ha a cuore, innanzitutto, le sorti della πόλις .
Riportiamo, dunque, uno stralcio del suo celebre discorso...

Κάδμου πολῖται, χρὴ λέγειν τὰ καίρια
ὅστις φυλάσσει πρᾶγος ἐν πρύμνῃ πόλεως
οἴακα νωμῶν, βλέφαρα μὴ κοιμῶν ὕπνῳ.
εἰ μὲν γὰρ εὖ πράξαιμεν, αἰτία θεοῦ:
εἰ δ᾽ αὖθ᾽, ὃ μὴ γένοιτο, συμφορὰ τύχοι,
Ἐτεοκλέης ἂν εἷς πολὺς κατὰ πτόλιν
ὑμνοῖθ᾽ ὑπ᾽ ἀστῶν φροιμίοις πολυρρόθοις
οἰμώγμασίν θ᾽, ὧν Ζεὺς ἀλεξητήριος
ἐπώνυμος γένοιτο Καδμείων πόλει.

ὑμᾶς δὲ χρὴ νῦν, καὶ τὸν ἐλλείποντ᾽ ἔτι
ἥβης ἀκμαίας καὶ τὸν ἔξηβον χρόνῳ,
βλαστημὸν ἀλδαίνοντα σώματος πολύν,
ὥραν τ᾽ ἔχονθ᾽ ἕκαστον ὥστε συμπρεπές,
πόλει τ᾽ ἀρήγειν καὶ θεῶν ἐγχωρίων
βωμοῖσι, τιμὰς μὴ 'ξαλειφθῆναί ποτε:
τέκνοις τε, Γῇ τε μητρί, φιλτάτῃ τροφῷ:
ἡ γὰρ νέους ἕρποντας εὐμενεῖ πέδῳ,
ἅπαντα πανδοκοῦσα παιδείας ὄτλον,
ἐθρέψατ᾽ οἰκητῆρας ἀσπιδηφόρους
πιστοὺς ὅπως γένοισθε πρὸς χρέος τόδε.
….




Popolo di Cadmo, bisogna dire ciò che il momento richiede:
chi ha in custodia il bene della città
tiene saldo il timone e non si lascia sorprendere dal sonno.
Se infatti vinceremo, sarà merito degli dei;
se invece, al Cielo non piaccia, la sventura ci colpirà,
un nome solo, “Eteocle”, sarà invocato da molte voci
con inni tragici e lamenti, dai quali Zeus protettore,
per essere degno del suo nome, possa preservare la città cadmea.

E' necessario, ora, che anche voi, sia quelli che ancora
attendono il pieno vigore della giovinezza, sia quelli che ella ha
abbandonato con il passar del tempo, moltiplichiate le vostre forze,
e che ciascuno faccia la parte che gli compete,
portando soccorso alla città e agli altari degli dei della patria,
affinché il loro culto non sia mai cancellato,
ai figli e alla Terra madre, la nutrice più cara,
che, quando eravate bambini e muovevate i primi passi sul suo suolo benevolente,
si è fatta carico di allevarvi e ha fatto di voi dei leali cittadini capaci di reggere uno scudo
e che ora vi chiama nel momento del bisogno.
…..


Ma riprendiamo la nostra storia...
Polinice aveva schierato, davanti a ciascuna delle 7 porte di Tebe, un prode capitano: in breve, 7 grandi guerrieri, di quelli che terrorizzano i nemici.
Eteocle gli oppone, allora, i suoi 7 eroi; nell'ultima porta, in particolare, saranno proprio Eteocle e Polinice ad affrontarsi.
La sorte arriderà ai Tebani e l'esercito invasore sarà sconfitto; Eteocle, però, non essendo esente da colpe, non potrà assaporare il trionfo: i due fratelli si uccideranno a vicenda, compiendo il loro fato.

 Post collegati: Antigone

giovedì 26 ottobre 2017

Il nipote di Archimede - I soldati

I Greci, si sa, ricevevano un'educazione militare sin da fanciulli.
Certo, a Sparta l'addestramento iniziava prima che ad Atene dove, invece, si privilegiavano di più le Arti..Fatto sta che, a quei tempi, imparare a combattere era, comunque, necessario.
E voi, l'avete fatto il servizio militare?
Io sì, e devo dire che ricordo con piacere quell'anno trascorso con i miei commilitoni.
Proviamo, dunque, ad immaginare come andò il servizio di leva in questo villaggio fantastico con le cui vicende cerco di intrattenervi.
[Naturalmente, la traduzione ve la darò in seguito... ]

 

Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός


Οἱ στρατιῶται


Οὐ μόνον οἱ μαθηταὶ τὸ ἀναγιγνώσκειν καὶ τὸ γράφειν ἀλλὰ καὶ τὴν μουσικὴν καὶ τὴν ἀριθμητικὴν ἐμάνθανον· πρὸς δὲ τούτοις ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ ἐμάνθανον καὶ τοξεύειν καὶ ἀκοντίζειν.
Ὁ Γλαῦκος οὐκ ἐβούλετο στρατεύεσθαι καὶ οὐκ ἔχαιρε ἐν ὅπλοις δύειν· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς βουλόμενος ἄρχειν τῶν ἄλλων παίδων ἐκολάκευε τοὺς λοχαγοὺς καὶ ἦν ὠτακουστής.
Διὰ τοῦτο ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ πολλάκις ἐκολάζοντο· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς ἀεὶ ἐνεκωμιάζετο.
Ἡ ἡμέρα τοῦ ἐνορκίου ἦλθε.
Τοῦ στρατηγοῦ ἐξετάζοντος τοὺς νέους στρατιώτας, ὁ Ἰδομενεὺς βουλόμενος φιλεῖν τῇ χειρὶ τῆς αὐτοῦ γαμετῆς ἐπλησιάσθη τῇ ταύτῃ ἀλλὰ ὁ Ἑρμῆς ἔσφηλε τὸν παῖδα ὃς ἔπεσε ἐν τῷ κόλπῳ τῆς γυναικὸς σπὼν τὸν πέπλον.
Γυμνῆς γενομένης τῆς γυναικός, πάντες οἱ παῖδες ἐγέλασαν· ὁ δὲ στρατηγὸς ὠργίσατο ὡς μάλιστα καὶ ἐτύπτησε τὸν Ἰδομενέα.
Οἱ θεοὶ μισοῦσι τε τοὺς κόλακας καὶ τοὺς ὠτακουστάς.


Σ.Δ.

P.S.:
 
I soldati
 
Gli scolari apprendevano non soltanto a leggere ed a scrivere, ma anche la musica e l'aritmetica; oltre a queste cose, Glauco ed i suoi amici imparavano anche a tirare con l'arco ed a lanciare giavellotti.
Glauco non voleva fare il servizio militare e non gli piaceva indossare delle armi; Idomeneo, invece, desiderando comandare sugli altri bambini, adulava gli ufficiali ed era un delatore.
Per questo motivo, Glauco ed i suoi amici venivano spesso puniti; Idomeneo, invece, veniva sempre lodato. 
Arrivò il giorno del giuramento.
Mentre il generale passava in rassegna i giovani soldati, Idomeneo, volendo baciare la mano della moglie, le si avvicinò ma Ermes sgambettò il fanciullo che cadde in grembo alla donna strappandole via il peplo.
Poiché la donna era rimasta nuda, tutti i bambini risero; il generale, invece, si adirò moltissimo e picchiò Idomeneo.
Gli dei odiano sia gli adulatori che i delatori.