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domenica 26 novembre 2017

I sette contro Tebe - Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας


Che 7 sia il numero magico per eccellenza è universalmente noto...Prima di Akira Kurosawa e di John Sturges, l'idea di redigere un copione che raccontasse di una memorabile battaglia avente per protagonisti 7 grandi guerrieri l'ebbe Eschilo (a detta di Aristofane, nelle sue “Βάτραχοι”, il più grande dei tragediografi greci ).
E poichè i temi cari al “Ciclo tebano”, come l'incerto confine tra la colpa e l'errore, l'antitesi tra la macchia del peccato originale e la ricerca tenace della virtù, l'impari lotta tra la voglia di riscatto e l'ineluttabilità del fato, sono sempre attuali, proviamo a riassumere le vicende della celebre trilogia dei Labdacidi.
Come tutti saprete, Edipo, a causa della maledizione che pesava sulla sua stirpe, uccise il padre Laio e sposò la madre Giocasta.
Da quell'unione nacquero 4 figli: Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene.
Un giorno, però, una terribile epidemia si abbattè sulla città e l'oracolo rivelò che la causa dell'ira divina era la mancata punizione dell'assassino di Laio. L'eroe, allora, iniziò le ricerche e, consultando l'indovino Tiresia, scoprì una terribile verità: era lui l'assassino di suo padre ed i suoi figli erano nati da un matrimonio incestuoso.
Giocasta, sconvolta dalla rivelazione, si uccise; Edipo, dopo essersi accecato, lasciò la città.
I due figli maschi, Eteocle e Polinice, si accordarono, allora, per regnare un anno ciascuno ma, alla fine del suo mandato, Eteocle si rifiutò di cedere, temporaneamente, la corona al fratello e lo esiliò.
Giunto nella città di Argo, Polinice sposò la figlia del re Adrasto e, guadagnato, così, il suo appoggio, ripartì alla volta di Tebe, alla testa di un esercito, per reclamare il trono.
Fermiamoci, per un momento, qui: da una parte c'è la violazione dei patti ( e quindi della Legge), dall'altra c'è il tradimento della propria patria: Polinice, per far valere il suo diritto, si rivolge ad un sovrano straniero, che porrà sotto assiedo la sua città natale.
Gli appassionati di Storia potranno citare parecchi episodi analoghi e anche oggi, con le dovute differenze, possiamo trovare delle situazioni comparabili.
La violazione del diritto altrui, di solito, non è latrice di pace e prosperità; i libri di Storia, d'altro canto, ci ammoniscono sui rischi del porre troppa fiducia nell'intervento straniero per ristabilire la Giustizia.
Eschilo, in cuor suo, sta dalla parte di Eteocle; nei “7 contro Tebe”, sorvola sulla sua colpa (eppure è stato proprio Eteocle, non rispettando l'accordo, a scatenare il conflitto) e ce lo presenta come un buon sovrano, che ha a cuore, innanzitutto, le sorti della πόλις .
Riportiamo, dunque, uno stralcio del suo celebre discorso...

Κάδμου πολῖται, χρὴ λέγειν τὰ καίρια
ὅστις φυλάσσει πρᾶγος ἐν πρύμνῃ πόλεως
οἴακα νωμῶν, βλέφαρα μὴ κοιμῶν ὕπνῳ.
εἰ μὲν γὰρ εὖ πράξαιμεν, αἰτία θεοῦ:
εἰ δ᾽ αὖθ᾽, ὃ μὴ γένοιτο, συμφορὰ τύχοι,
Ἐτεοκλέης ἂν εἷς πολὺς κατὰ πτόλιν
ὑμνοῖθ᾽ ὑπ᾽ ἀστῶν φροιμίοις πολυρρόθοις
οἰμώγμασίν θ᾽, ὧν Ζεὺς ἀλεξητήριος
ἐπώνυμος γένοιτο Καδμείων πόλει.

ὑμᾶς δὲ χρὴ νῦν, καὶ τὸν ἐλλείποντ᾽ ἔτι
ἥβης ἀκμαίας καὶ τὸν ἔξηβον χρόνῳ,
βλαστημὸν ἀλδαίνοντα σώματος πολύν,
ὥραν τ᾽ ἔχονθ᾽ ἕκαστον ὥστε συμπρεπές,
πόλει τ᾽ ἀρήγειν καὶ θεῶν ἐγχωρίων
βωμοῖσι, τιμὰς μὴ 'ξαλειφθῆναί ποτε:
τέκνοις τε, Γῇ τε μητρί, φιλτάτῃ τροφῷ:
ἡ γὰρ νέους ἕρποντας εὐμενεῖ πέδῳ,
ἅπαντα πανδοκοῦσα παιδείας ὄτλον,
ἐθρέψατ᾽ οἰκητῆρας ἀσπιδηφόρους
πιστοὺς ὅπως γένοισθε πρὸς χρέος τόδε.
….




Popolo di Cadmo, bisogna dire ciò che il momento richiede:
chi ha in custodia il bene della città
tiene saldo il timone e non si lascia sorprendere dal sonno.
Se infatti vinceremo, sarà merito degli dei;
se invece, al Cielo non piaccia, la sventura ci colpirà,
un nome solo, “Eteocle”, sarà invocato da molte voci
con inni tragici e lamenti, dai quali Zeus protettore,
per essere degno del suo nome, possa preservare la città cadmea.

E' necessario, ora, che anche voi, sia quelli che ancora
attendono il pieno vigore della giovinezza, sia quelli che ella ha
abbandonato con il passar del tempo, moltiplichiate le vostre forze,
e che ciascuno faccia la parte che gli compete,
portando soccorso alla città e agli altari degli dei della patria,
affinché il loro culto non sia mai cancellato,
ai figli e alla Terra madre, la nutrice più cara,
che, quando eravate bambini e muovevate i primi passi sul suo suolo benevolente,
si è fatta carico di allevarvi e ha fatto di voi dei leali cittadini capaci di reggere uno scudo
e che ora vi chiama nel momento del bisogno.
…..


Ma riprendiamo la nostra storia...
Polinice aveva schierato, davanti a ciascuna delle 7 porte di Tebe, un prode capitano: in breve, 7 grandi guerrieri, di quelli che terrorizzano i nemici.
Eteocle gli oppone, allora, i suoi 7 eroi; nell'ultima porta, in particolare, saranno proprio Eteocle e Polinice ad affrontarsi.
La sorte arriderà ai Tebani e l'esercito invasore sarà sconfitto; Eteocle, però, non essendo esente da colpe, non potrà assaporare il trionfo: i due fratelli si uccideranno a vicenda, compiendo il loro fato.

 Post collegati: Antigone

giovedì 26 ottobre 2017

Il nipote di Archimede - I soldati

I Greci, si sa, ricevevano un'educazione militare sin da fanciulli.
Certo, a Sparta l'addestramento iniziava prima che ad Atene dove, invece, si privilegiavano di più le Arti..Fatto sta che, a quei tempi, imparare a combattere era, comunque, necessario.
E voi, l'avete fatto il servizio militare?
Io sì, e devo dire che ricordo con piacere quell'anno trascorso con i miei commilitoni.
Proviamo, dunque, ad immaginare come andò il servizio di leva in questo villaggio fantastico con le cui vicende cerco di intrattenervi.
[Naturalmente, la traduzione ve la darò in seguito... ]

 

Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός


Οἱ στρατιῶται


Οὐ μόνον οἱ μαθηταὶ τὸ ἀναγιγνώσκειν καὶ τὸ γράφειν ἀλλὰ καὶ τὴν μουσικὴν καὶ τὴν ἀριθμητικὴν ἐμάνθανον· πρὸς δὲ τούτοις ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ ἐμάνθανον καὶ τοξεύειν καὶ ἀκοντίζειν.
Ὁ Γλαῦκος οὐκ ἐβούλετο στρατεύεσθαι καὶ οὐκ ἔχαιρε ἐν ὅπλοις δύειν· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς βουλόμενος ἄρχειν τῶν ἄλλων παίδων ἐκολάκευε τοὺς λοχαγοὺς καὶ ἦν ὠτακουστής.
Διὰ τοῦτο ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ πολλάκις ἐκολάζοντο· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς ἀεὶ ἐνεκωμιάζετο.
Ἡ ἡμέρα τοῦ ἐνορκίου ἦλθε.
Τοῦ στρατηγοῦ ἐξετάζοντος τοὺς νέους στρατιώτας, ὁ Ἰδομενεὺς βουλόμενος φιλεῖν τῇ χειρὶ τῆς αὐτοῦ γαμετῆς ἐπλησιάσθη τῇ ταύτῃ ἀλλὰ ὁ Ἑρμῆς ἔσφηλε τὸν παῖδα ὃς ἔπεσε ἐν τῷ κόλπῳ τῆς γυναικὸς σπὼν τὸν πέπλον.
Γυμνῆς γενομένης τῆς γυναικός, πάντες οἱ παῖδες ἐγέλασαν· ὁ δὲ στρατηγὸς ὠργίσατο ὡς μάλιστα καὶ ἐτύπτησε τὸν Ἰδομενέα.
Οἱ θεοὶ μισοῦσι τε τοὺς κόλακας καὶ τοὺς ὠτακουστάς.


Σ.Δ.

P.S.:
 
I soldati
 
Gli scolari apprendevano non soltanto a leggere ed a scrivere, ma anche la musica e l'aritmetica; oltre a queste cose, Glauco ed i suoi amici imparavano anche a tirare con l'arco ed a lanciare giavellotti.
Glauco non voleva fare il servizio militare e non gli piaceva indossare delle armi; Idomeneo, invece, desiderando comandare sugli altri bambini, adulava gli ufficiali ed era un delatore.
Per questo motivo, Glauco ed i suoi amici venivano spesso puniti; Idomeneo, invece, veniva sempre lodato. 
Arrivò il giorno del giuramento.
Mentre il generale passava in rassegna i giovani soldati, Idomeneo, volendo baciare la mano della moglie, le si avvicinò ma Ermes sgambettò il fanciullo che cadde in grembo alla donna strappandole via il peplo.
Poiché la donna era rimasta nuda, tutti i bambini risero; il generale, invece, si adirò moltissimo e picchiò Idomeneo.
Gli dei odiano sia gli adulatori che i delatori.

domenica 24 settembre 2017

Nighthawks – I nottambuli

Visto che, ultimamente, ho trascurato la Storia dell'Arte, partiamo dal celebre quadro di Edward Hopper per introdurre il tema odierno.
Spostiamoci subito, però, dal Greenwich Village (New York) a via Toledo (Napoli), perché  parleremo delle opere teatrali di Raffaele Viviani.
E iniziamo proprio da “Tuledo 'e notte” (1918)...
Mentre gli altri dormono, inizia la “movida” di un'autentica Corte dei Miracoli: il giornalaio, il caffettiere, i disoccupati, le prostitute, i guappi, il vetturino, il pizzaiolo, il cenciaiolo, in un susseguirsi di eventi tragici e comici, vivono le loro speranze e le loro paure quotidiane.
Ognuno, infatti, ha il proprio sogno nel cassetto ed è convinto che, prima o poi , si realizzerà.
E così, “l'arte di arrangiarsi” fa soltanto da cornice a tutto un mondo in cui s'intrecciano: l'Economia...

O PIZZAIUOLO - (a Leopoldo) ‘A pizza, se tu non lo sai, è stata distrutta dagli avvenimenti dell’Europa! Si no, a quest’ora, si era imposta in tutto il mondo!
LEOPOLDO - E che c’entra?
‘O PIZZAIUOLO - Uh? Liopo’! La guerra che ti ha fatto? Ti ha sconvolta la società. Chille ‘e coppa so’ gghiute sotto, e chille ‘e sotto so’ gghiute ‘ncoppa; ed in tutto questo rimpasto sociale, gli amatori della pizza addo’ stanno? Scomparsi. (Pausa) Il tracollo del cambio poi che ha fatto? Ti ha dato il tracollo anche alla pizza! Il cambio è salito, e la pizza è scesa!
LEOPOLDO - Mo, nun capisco.
‘O PIZZAIUOLO - ‘A pizza ched è? È rrobba ‘e mangia’? Se fa cu ‘a farina? E ‘a farina ‘a do’ vene? ‘All’estero!
TUMMASINO - E già, si paga in oro… 
 
la Sociologia …

O SAPUNARIELLO - (siede sul cesto, presso lo scaldino di Leopoldo; si stropiccia le mani; ha una smorfia di disappunto) Vatte’, chisto è cchiu ffriddo ‘e me!
E intanto ‘o delegato e tutt’ ‘e gguardie
vanno piglianno ‘a ggente ‘e malavita!
Malavita? Capite? Accussi ‘a chiammano!
Addo’? Si chella, invece, è bbona vita!
Chella è ggente ca magnano, ca vevono,
cu carrozze, triate, scampagnate;
cu cacotte e ceveze etceveze…
E chesta è malavita? Ve ne jate?!
‘A malavita overa, chella autentica,
è chella ca facc’i’ cu sta miseria!

la Religione....

LEOPOLDO - Avite avute cchiu nutizie ‘e Don Peppeniello?
MARGHERITA - E che ssaccio… S’ha dda fa’ ‘a causa cu ‘o direttissimo! Ma è n’anno e miezo, e stu direttissimo nun arriva maie!
LEOPOLDO - Starrà facenno ‘o ppoco ‘e ritardo! (E ride)
MARGHERITA - (ride anche lei, sia pure a malincuore) Eh! È addeventato treno merce p’ ‘a via!
LEOPOLDO - Ma pecché l’arrestaieno?
MARGHERITA - Se pigliaie nu crucefisso ‘argiento ‘a dint’a na puteca.
LEOPOLDO - (tra il serio ed il faceto) Guardate! Per essere troppo cattolico, m’ ‘o manneno ‘n galera! È inutile: non c’è più religione!

E, naturalmente, l'Amore...

INES - (a Margherita)
Me fanno ridere cierti perzone
quanno me diceno: Pienze pe’ tte!
Io faccio ammore cu ‘o capo guaglione…
FILIBERTO - (mette la mano al cappello, in segno di saluto, e sorride) Grazie!
INES - …e spengo ‘e llire p’ ‘o fa’ cumpare’.
Sto sott’ ‘o debbeto, chisto è ‘o destino:
ma c’è chi pava, pirciò lassa fa’.
Tengo nu bellu guaglione vicino…
FILIBERTO - (compiaciuto, a Leopoldo, che gli porge il caffè) Esagera!
INES - …ca me fa rispetta’!
Chi sta int’ ‘o peccato
ha dda tene’ ‘o ‘nnammurato…
FILIBERTO - …ca, appena doppo assucciato,
s’ha dda sape’ appicceca’! (sorseggia il caffè, lo trova amaro; a Leopoldo) Zucchero! (Si china prenderne dal cesto, rimescola il caffè)
INES - E tutt’ ‘e sserate.
chillo m’accide ‘e mazzate!
Me vò nu bene sfrenato,
ma nun m’ ‘o ddà a pare’!

Ma, si sa, i sogni finiscono sempre sul più bello e così, nel bel mezzo dei preliminari di una lite tra guappi, arrivano le guardie che, come in ogni tragicommedia che si rispetti, finiscono per arrestare chi non c'entra nulla: il caffettiere.
Se da un lato la chiassosità dei personaggi di Viviani si contrappone alla silenziosità di quelli di Hopper, dall'altro entrambe le opere affrontano il tema della solitudine.
Viviani ci racconta il buio ed il freddo dei vicoli di una città, dove il disagio si tocca con mano ed i rapporti umani sono divenuti feroci; Hopper, invece, le luci di una metropoli che, tutta presa dal suo frenetico sviluppo (siamo negli anni '40...) , finisce per ignorare i suoi figli.
E, per concludere, dedichiamo un po' di spazio all'opera più famosa di Raffaele Viviani: “‘A Morte ‘e Carnevale”.
Carnevale è un vecchio usuraio e vive con la giovane moglie 'Ntunetta.
Un giorno, suo nipote Rafele si reca a fargli visita per chiedergli un prestito...Certo, Carnevale è un osso duro, ma tira e molla....

CARNEVALE (osserva un biglietto da cento, e vi soffia su varie volte, per assicurarsi che non ne siano due)
RAFELE - È uno! è uno!
CARNEVALE - Teh! Cento e duecento! (Gli dà il danaro)
RAFELE - Cheste momentaneamente bastano
CARNEVALE - No! Cheste hann’abbasta’ eternamente!
RAFELE (intascando il danaro) - ‘A coppola me l’aggio fatta...
CARNEVALE - Eh! Cacciate ‘a patente, fatte na bella divisa...
RAFELE (ironico) - M’accatto pure ll’automobile...
CARNEVALE - Eh!
RAFELE (gridando) - ‘O zi’, chelle so’ dduiciento lire!
CARNEVALE - Eh! E so’ dduiciento aneme ‘e chi... (L’imprecazione gli muore in gola, è preso come da un collasso, e s’abbatte sulla poltrona, riverso, lasciando cadere il portafogli)..

Il povero Carnevale, credendosi prossimo alla fine, manda il nipote a chiamare il medico ed il notaio ma, invece, arriva il becchino, anzi....Ne arrivano due!

CARNEVALE (levandosi a stento) - E mo che vvulite?! Jatevenne! Jatevenne! Mo piglio na mazza ‘e scopa! (I due, in atteggiamento sbigottito, sono fermi all’ingresso) Eh! aggio mise ‘e cciucciuvettole for’ ‘a porta! (Ad essi) Chi v’ha chiammato? Nepotemo?
NTUNETTA (rapida) - Nonsignore.
CARNEVALE (di rimando) - Sissignore! Nepotemo è stato! Io l’aggio ditto chiamma ‘o miedeco e ‘o nutaro, e isso ha chiammato pur’ ‘e schiattamuorte!
IL BECCHINO - Ma nonsignore, io nun ‘o cunosco proprio a stu nepote vuosto.
CARNEVALE - E allora pecche site venute? Chi v’ha chiammato?
IL RAPPRESENTANTE - A me, me l’ha ditto ‘o guardaporta affianco.
IL BECCHINO - E a me, ‘o cantante d’ ‘a cantina appriesso. Stevo llà pe’ me fa’ ‘o soleto bicchier’ ‘e vino, e m’ha ditto ca, salute a vuie, ireve spirato!
CARNEVALE (sempre più irritato) - Ah! chilli piezz’ ‘e carognal Vanno dicenno ca io so’ spirato, pecche nun m’hanno pututo spilla’ danare! (A ‘Ntunetta) He capito? Mo se sparge ‘a voce ca io so’ muorto (quasi piangendo) e nun me paga nisciuno cchiù. (Fa uno sforzo supremo, per alzarsi in piedi) Io nun tengo niente! Sto buono! sto buono! (Grida ai due estranei) Jatevenne! Jatevenne!

Alla fine, comunque, Carnevale fa testamento e, dopo aver confessato tutte le sue malefatte, “passa a miglior vita”.
'Ntunetta ed il nipote progettano, allora, un futuro insieme ma, sul più bello, Carnevale, che è morto solo apparentemente, ricompare e ...

RAFELE - E ‘o fatto nuosto...?
NTUNETTA - Oramaie... Tutto a monte!
RAFELE - E allora?
NTUNETTA - E allora, che? T’hè ‘a mettere a fatica’.
RAFELE (avviandosi all’uscita) - Ma comme?! Vaco ‘o fronte, e mme pigliano prigioniero; m’arruolo dint’ ‘e Guardie Regie, e se scioglie ‘o cuorpo; me voglio sistema’, trovo na vedova cu cientomila lire, e risuscita ‘o marito! Cose ‘e pazze! Cose ‘e pazze!

Già, non c'è proprio speranza...
Stavolta il tema centrale è, infatti, quello del disincanto: “A morte e Carnevale” è un'opera metaforica e ritrae la condizione di una città che si limita a sperare nella morte dei suoi oppressori, perché non trova più la voglia di ribellarsi.

Alla prossima.

venerdì 4 agosto 2017

Il nipote di Archimede - Lo studente straniero

C'erano un francese, una tedesca ed un italiano....Beh, sarebbe un buon inizio per una barzelletta ma oggi parleremo, invece, delle fatidiche “vacanze studio”.
Dubito che siate riusciti a sfuggire ai “full immersion english courses in the UK” e, quindi, sarete stati, “without doubt”, dei “foreign students” e avrete condiviso un appartamento con altri studenti oppure sarete stati alloggiati presso una “typical british family”.
E allora, visto che, con ogni probabilità, il ruolo dell'inglese nel mondo del lavoro attuale veniva, nell'antichità, assolto dal latino, proviamo ad immaginare cosa potrebbe esser successo....


Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός

Ὁ ξένος μαθητής


- Χρὴ εὖ μανθάνειν τὴν τῶν Ῥωμαίων φωνήν, εἶπε ὁ πάππος.
Ἐλθόντος τοῦ θέρους,ὁ Γλαῦκος ἔπλευσε εἰς τὴν Ῥώμην.
Ὁ Γλαῦκος ᾤκει τὴν οἰκίαν τοῦ Μάρκου.
Τὼ γονέε τοῦ Μάρκου εὐομίλω ἤστην καὶ ἀπὸ δείπνου ἀεὶ ἠρεύγεσθον· ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ ἄλλοι παῖδες ἀκούοντες ἑψιόωντο.
Ἐν τῷ διδασκαλείῳ ὁ Γλαῦκος ἔμαθέ τε τὴν γραμματικὴν καὶ τὴν ποίησιν.
Τοῦ ἐχομένου ἔτους ὁ Μᾶρκος ἦλθε πρὸς τὸν Γλαῦκον ἵνα τὴν Ἑλληνικὴν φωνὴν μάθοι.
Ἄξιόν ἐστι ἄλλων ἐθνῶν τὴν φωνὴν καὶ τὰ ἔθη ἐκ παιδείας μανθάνειν.

E, poiché il tema odierno è quello delle “vacanze studio”, vi farò avere la traduzione solo dopo l'estate, così, se vorrete, potrete cimentarvi!
Avrete intuito, comunque, che il protagonista si dedicherà, durante le vacanze, allo studio del latino e poi porterà, come ciascuno di noi, qualcosa di quell'esperienza sempre con sé.
Scommetto che, se vi domandassi qual è la prima poesia in latino che vi viene in mente, rispondereste, “sine ullo dubio”, con i celebri versi di Catullo.
Tuttavia, considerando che l'Eneide mi ha impegnato per non pochi pomeriggi ai tempi del ginnasio, sceglierò...

Dal libro VI:

facilis descensus Averno;
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed revocare gradum superasque evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est. Pauci, quos aequus amavit
Iuppiter, aut ardens evexit ad aethera virtus,
dis geniti potuere.

[e, per questa volta, vi risparmio anche la mia solita traduzione letterale (o quasi) , giacché quella di Annibale Caro è bellissima]

Lo scender ne l’Averno è cosa agevole,
Chè notte e dì ne sta l’entrata aperta;
Ma tornar poscia a riveder le stelle,
Qui la fatica e qui l’opra consiste.

Questo a pochi è concesso, ed a quei pochi
Ch’a Dio son cari, o per uman valore
Se ne poggiano al cielo.

Virgilio ci rammenta che sbagliare è facile ma rimediare al male fatto non lo è; solo chi è caro agli dei oppure è d'animo nobile può riscattarsi davvero.

P.S. : Traduzione
- Bisogna imparare per bene la lingua dei Romani, disse il nonno.
Giunta l'estate, Glauco fece vela per Roma.
Glauco abitava in casa di Marco.
I genitori di Marco erano affabili e dopo cena facevano sempre degli strani suoni con la bocca; Glauco e gli altri bambini si divertivano un mondo ad ascoltarli.
A scuola Glauco imparò sia la grammatica che la poesia.
L'anno seguente Marco si recò da Glauco per imparare il Greco.
E' un bene imparare la lingua ed i costumi di altri popoli fin dall'infanzia.

 

sabato 15 luglio 2017

Una dama di ferro

Abbandoniamo, dunque, zio Vanja e gli altri personaggi del dramma di Čechov, che non hanno, tra l'altro, né la simpatia né la nobiltà d'animo di Oblomov, e parliamo, invece, di qualcuno che ha dedicato la propria vita al servizio della collettività.
Passeggiando per Madrid, in occasione della Fiera del Libro, sono stato incuriosito, complici i miei compagni di viaggio, dalla figura di Concepción Arenal e, poiché sono portato a simpatizzare immediatamente con chi combatte battaglie giuste e impopolari, ho trovato i libri e così, per una volta tanto, vi racconterò qualcosa che ho appena letto.
Scrittrice, poetessa e pioniera del movimento femminista spagnolo, il suo pensiero ben si colloca nel periodo di cui stiamo trattando.
Nel 1880, infatti, scrive “Cartas a un obrero y a un señor” (“Lettere ad un operaio e ad un signore”) per mettere in guardia le classi meno abbienti contro i falsi miti che si andavano rapidamente diffondendo in quel periodo.
Il capitalismo, afferma Arenal, è necessario e l'idea di poter risolvere le questioni socio-economiche ricorrendo alla forza è soltanto un inganno: anche in caso di successo militare, è impossibile sovvertire le leggi dell'economia. Al socialismo, la scrittrice contrappone, come strumenti per migliorare le condizioni di vita del proletariato, l'associazionismo ed il cooperativismo. Il miglioramento delle condizioni materiali delle classi meno abbienti non può prescindere, comunque, dal raggiungimento di un più elevato livello di istruzione e di moralità.
Ma facciamo un passo indietro, perché Concepción Arenal si impegnò a fondo, oltre che per i diritti delle donne, per migliorare le condizioni di reclusione e trattamento alle quali erano soggetti i detenuti.
Nel 1863 viene nominata “visitatrice delle carceri femminili” e nel 1865 scrive “Cartas a los delincuentes”.
L'opera è di sicuro interesse per tutti i cultori del diritto penale perché la scrittrice (che, oltretutto, era un avvocato penalista1), conscia del fatto che la stragrande maggioranza dei detenuti non conosceva le leggi e viveva la reclusione come un'ingiustizia, dando spesso la colpa della propria condizione alle vittime, spiega loro, in modo chiaro e persuasivo, le norme del codice penale del tempo: perché non c'è riscatto senza la consapevolezza dei propri errori e della propria fragilità.
Se da un lato, quindi, da cattolica in prima linea, si dedicò alla rieducazione dei detenuti , dall'altro, comunque, non si risparmiò nella battaglia per promuovere la riforma degli istituti di pena.
E infine, visto che oggi mi va di procedere a ritroso, concludiamo il post con le “Fabulas en verso”, pubblicate per la prima volta nel 1851 e che sono divenute quasi un “must” nella “enseñanza primaria” .
Proverò a riassumervi, innanzitutto, quella dell'orso e del lupo.
Seduti nei pressi di una fonte, un lupo ed un orso discutevano del più e del meno..Il lupo lamentava che, a causa degli acciacchi della vecchiaia, per lui era divenuto sempre più difficile cacciare e sfamarsi. A quel punto, l'orso non seppe resistere alla tentazione di salire in cattedra e rinfacciò al lupo di non mangiare, per togliersi la fame, frutta, miele, mais, ecc...
-Ma io non posso mangiare queste cose, provò a replicare il lupo...
-Allora non chiedere la mia compassione, tagliò corto l'orso.
E vediamo, allora, “la morale della favola”:

Así hallamos en la vida
Moralistas como el oso
Que intentan, cosa es sabida,
Con aire majestuoso
Cortarnos a su medida.

Poco es que la humanidad
Contra sus dogmas arguya;
No hay otra felicidad
Ni otra razón que la suya,
Ni tampoco otra verdad.

E, in fin dei conti, Arenal ha ragione: non si dovrebbe applicare il proprio metro per confutare il dolore degli altri, soprattutto se non si sa nulla di loro.
Passiamo, ora, alla favola del passero e della formica.
Un passero, avendo intuito l'importanza di dare un'ottima “education” al suo “pargolo”, chiese ad una formica di fargli da docente. Del resto, lo sanno tutti: le formiche sono un esempio vivente delle virtù economiche e, nel mondo animale, andare a studiare da loro è come fare un MBA ad Oxford oppure a Cambridge!
Da buon padre, ovviamente, il passero non badava a spese ma la formica oppose un netto rifiuto.
Vista svanire la speranza di un avvenire radioso per il suo rampollo, il passero si adirò e minacciò di uccidere la formica che, atterrita, gli rivelò come si svolgesse, realmente, la vita all'interno della loro comunità.
Non persuaso, il passero si recò da un sapiente per verificare se la formica avesse detto la verità e avutane conferma...

"Pero, señor, todo el mundo
Piensa al revés”. "Ya lo creo.
Un hombre con ojos sanos
Ve más que un millón de ciegos.
Como juzgar quieren todos
Y el observar es molesto,
A salga lo que saliere,
Hora a diestro, hora a siniestro,
Al prójimo le atribuyen
Cualidades o defectos,
Deprimiendo la virtud
O quemando al vicio incienso.
Y este mal, que ya es antiguo,
Tiene difícil remedio
Si no adquieren propia voz
Los hombres que ahora son ecos”.

Già, “argumentum pessimi turba est”, sosteneva Seneca, che con Arenal condivideva le origini ispaniche, nel suo “De Vita Beata”.
In conclusione, pur essendo evidente l'influenza dell'opera di La Fontaine, “Le favole in versi” riflettono le preoccupazioni della scrittrice riguardo alla severità inflessibile con la quale venivano gestiti i problemi sociali e al conseguente scivolamento delle masse verso forme di plebiscitarismo demagogico.

1 Per capire di che tempra ella fosse e quali fossero i tempi, basti pensare che per assistere alle lezioni di diritto, fino a quando non fu accettata, dovette vestirsi da uomo; imparò, studiando da autodidatta, anche la nostra lingua.

mercoledì 21 giugno 2017

Certi parenti

Non è per niente facile avere un parente straordinario...Coloro che non intuiscono subito i pericoli di quella che sembrerebbe una benedizione piovuta sulla propria casa e non corrono, per tempo, ai ripari, finiscono, spesso, per vivere la propria vita all'ombra dell'illustre familiare.
Se poi ci si rende conto, con il passare del tempo, che la “grandezza” alla quale si sono sacrificati i propri anni è più percepita che reale, i rimpianti, allora, si moltiplicano.
Certo, a volte si tratta di scelte di comodo, ma anche il retaggio culturale gioca la sua parte: il punto di equilibrio tra il senso di appartenenza (e la conseguente lealtà verso il proprio sistema familiare), da un lato, ed il diritto all'autorealizzazione personale, dall'altro, è diverso a seconda dell'ambiente in cui si vive.
E, allora, passiamo da Sorel a Čechov ed al suo “Zio Vanja”, uno studio minuzioso sull'inerzia della vita borghese e sugli inganni del tempo.
Facciamo prima, però, un breve riepilogo per chi l'opera non l'ha letta.
L'anziano professor Serebrijakov, accompagnato dalla seconda moglie, la bellissima Elena, giunge alla sua tenuta di campagna.
In tutti questi anni, mentre l'illustre accademico si dedicava ai suoi studi e riceveva le sue gratificazioni, sono stati suo cognato Ivan Petrovič Vojnicki, lo “zio Vanja”, fratello della sua prima moglie, e Sonja, la figlia nata dal primo matrimonio, a mandare avanti l'azienda agricola ed a fare sacrifici affinché il luminare potesse vivere secondo lo stile che gli conveniva.
Ma adesso il professore è un vecchio uggioso e malandato mentre sua moglie, invece, è troppo giovane e bella per non ridestare le passioni ed i risentimenti che covano nell'animo degli altri protagonisti.
Cominciamo proprio da lui, lo zio Vanja: resosi conto di esser giunto ad un'età alla quale brusche virate sono impossibili e di aver sempre vissuto guidato dal senso del dovere e soffocando le sue aspirazioni, invidia il professor Serebrijakov per tutto quello che ha e che, a suo avviso, non merita;si innamora di Elena ma, ovviamente, non è corrisposto.
L'altro pilastro dell'azienda agricola, Sonja, è una ragazza virtuosa ma bruttina: è innamorata del dottor Astrov, un medico di campagna che, però, è innamorato, tanto per cambiare, anche lui di Elena. Naturalmente, il dottor Astrov non fa eccezione ed è insoddisfatto della propria vita ma, almeno, riesce a guardarla con una certa lucidità.
E Elena? Ha sposato il professore per la sua posizione e per la sua rispettabilità..Astrov non le è indifferente, si sente infelice ma vuole restare a fianco del suo sposo, in perfetta malafede.
Ed infine lui, il professor Serebrijakov, forse il personaggio principale del dramma, se non altro per quello che, più apertamente di altri, incarna: l'egoismo.
Quando il professor Serebrijakov comunica agli altri la sua intenzione di vendere la tenuta per comprare delle azioni ed una villa in Finlandia per sé e per Elena, succede il “finimondo”: lo zio Vanja rinfaccia al professore tutti i sacrifici che ha fatto, lo incolpa del fallimento della propria vita e poi, armatosi di pistola, gli spara..... mancandolo!
Elena, sconvolta per l'accaduto, ed il professore decidono, quindi, di partire.
Successivamente, zio Vanja ruberà anche una fiala di morfina dalla borsa del dottor Astrov, probabilmente al fine di suicidarsi ma, poi, la restituirà.
La “burrasca”, in fin dei conti, è solo un temporale passeggero e tutto riprenderà come prima, con zio Vanja e Sonja ad occuparsi dell'azienda.
Zio Vanja, in effetti, è l'unico, nell'inerzia generale, ad agire, ma lo fa in modo goffo, cadendo nel ridicolo; per il resto, ogni personaggio rimane prigioniero della propria idea.
A non essere messe alla “gogna” dall'autore, tutto sommato, sono soltanto l'etica del lavoro e la cristiana rassegnazione di Sonja.
Certo, non “vivrà per sempre felice e contenta” ma, comunque, vivrà.

domenica 11 giugno 2017

I tribuni

Publio Clodio Pulcro era effettivamente soltanto un agitatore senza principi ?
A mio avviso, no: come politico, era dotato di una certa lungimiranza.
Non meno odiati e temuti furono, del resto, i Gracchi: anche loro furono accusati di mirare alla dittatura e di portare la Repubblica alla rovina.
Rileggiamoci questo stralcio di un famoso e appassionato discorso di Tiberio (da ”Vita di Tiberio Gracco”, di Plutarco).

ὡς τὰ μὲν θηρία τὰ τὴν Ἰταλίαν νεμόμενα καὶ φωλεὸν ἔχει καὶ κοιταῖόν ἐστιν αὐτῶν ἑκάστῳ καὶ καταδύσεις, τοῖς δὲ ὑπὲρ τῆς Ἰταλίας μαχομένοις καὶ ἀποθνῄσκουσιν ἀέρος καὶ φωτός, ἄλλου δὲ οὐδενὸς μέτεστιν, ἀλλ᾽ ἄοικοι καὶ ἀνίδρυτοι μετὰ τέκνων πλανῶνται καὶ γυναικῶν, οἱ δὲ αὐτοκράτορες ψεύδονται τοὺς στρατιώτας ἐν ταῖς μάχαις παρακαλοῦντες ὑπὲρ τάφων καὶ ἱερῶν ἀμύνεσθαι τοὺς πολεμίους: οὐδενὶ γάρ ἐστιν οὐ βωμὸς πατρῷος, οὐκ ἠρίον προγονικὸν τῶν τοσούτων ' Ῥωμαίων, ἀλλ᾽ ὑπὲρ ἀλλοτρίας τρυφῆς καὶ πλούτου πολεμοῦσι καὶ ἀποθνῄσκουσι, κύριοι τῆς οἰκουμένης εἶναι λεγόμενοι, μίαν δὲ βῶλον ἰδίαν οὐκ ἔχοντες.

Perfino gli animali selvaggi che vivono in Italia hanno ciascuno una tana e un rifugio mentre quelli che per l’Italia combattono e muoiono non hanno nient’altro che aria e luce, ed errano con i figli e le mogli come vagabondi senza casa; i generali mentono quando, nelle battaglie, esortano i soldati a combattere i nemici in difesa delle tombe e dei templi poiché, tra tanti Romani, nessuno ha un altare di famiglia né un sepolcro degli antenati, ma combattono e muoiono per il lusso e la ricchezza altrui e, mentre vengono chiamati padroni del mondo, non posseggono nemmeno una sola zolla di terra.

In estrema sintesi, le guerre avevano concentrato la ricchezza nelle mani delle famiglie nobili mentre i contadini, dovendo partire per le campagne militari e non potendo, quindi, più occuparsi dei terreni, erano costretti a venderli; le famiglie, poi, si spostavano nell'Urbe nella speranza di trovare un impiego e finivano per ingrossare le fila del “proletariato urbano”.
Già, proprio così....Proletarius era colui che non avendo altra ricchezza oltre ai figli, poteva trascrivere, nei registri censuari, soltanto la prole.
Da un lato, quindi, vi erano “delle grandi aziende latifondiste”, che utilizzavano gli schiavi come manodopera, e dall'altra, invece, un numero sempre maggiore di sbandati.
La disgregazione del tessuto sociale era, però, enormemente pericolosa...Non dimentichiamo che l'arruolamento, tra i Romani, avveniva sulla base del censo: il soldato doveva provvedere al suo equipaggiamento e quindi, se non aveva mezzi, l'ex contadino non poteva arruolarsi.
Vi era, di fatto, il serio rischio che l'esercito non riuscisse a completare i reparti di fanteria.
Spesso, l'ex-contadino ed ex-soldato finiva poi per delinquere o per divenire manovalanza priva di scrupoli al servizio di uomini ambiziosi.
Le riforme di Tiberio e Caio Gracco miravano, quindi, a ricostruire la società romana ed a salvaguardare la Repubblica.
Al di là, perciò, delle considerazioni relative alle ambizioni ed ai rancori personali che possono sicuramente influenzare l'agire umano, è innegabile che la corruzione dilagante, l'impoverimento crescente delle classi meno abbienti, il ricorso alla violenza come strumento di cambiamento o di mantenimento dello “status quo”, portarono alla fine dell'esperienza repubblicana.
Mi è venuto in mente, nel frattempo, George Sorel e devo ammettere che comparare il suo “sindacalismo rivoluzionario” con i Gracchi e Clodio, anche se azzardato, un po' mi intriga...
Le sue teorie, del resto, influenzeranno i grandi “tribuni", sia di destra che di sinistra, degli altrettanto caotici inizi del Novecento.
Sorel contrappone al revisionismo di Bernstein la violenza purificatrice e salvifica delle masse, l'unica in grado di liberare la creatività e l'immaginazione e di spazzare via il razionalismo borghese. Per spingere le masse all'azione c'era bisogno, però, di grandi miti e lo sciopero generale era, per Sorel, il mito sul quale fondare una nuova società.
Ma quando le masse seguono i miti, le catastrofi sono dietro l'angolo...Il pensiero di Sorel sarà sconfitto dalla Storia, mentre il riformismo di Bernstein, nonostante le feroci critiche degli ambienti marxisti ortodossi (la SPD rinuncerà, ufficialmente, al marxismo solo nel 1959) , si imporrà in tutti i paesi avanzati.