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venerdì 2 marzo 2018

Di buon Mattino

…quedóse don Quijote esperando el día, así, a caballo, como estaba, y no tardó mucho cuando comenzó a descubrirse por los balcones del Oriente la faz de la blanca aurora…(Don Quijote de la Mancha , Capítulo LXI, parte 2ª)

Concludiamo il trittico dedicato alla Napoli letteraria di fine '800 (e inizio '900!) riservando questo spazio a Matilde Serao.
Come tutti saprete, nel 1892, insieme ad Edoardo Scarfoglio, Matilde fondò il “Mattino”, il giornale che regala il titolo al post odierno.
Da quelle colonne, la coppia diede voce ai lavoratori ed al sottoproletariato napoletano e quando scoppiò la c.d. “rivolta del pane” (1898), il giornale fu sottoposto a sequestro (e Scarfoglio dovette rifugiarsi all'estero!).
L'opera, per molti aspetti, più interessante della Serao è, comunque, “Il ventre di Napoli” , un vero e proprio pellegrinaggio tra i vicoli ed i bassi, un'accurata inchiesta-denuncia e, soprattutto, una confutazione puntuale delle immagini menzognere, diffuse ad arte, di un popolo e di una città.
La superficialità ed il pregiudizio sono, infatti, gli strumenti più vili per etichettare le persone e certe rappresentazioni macchiettistiche sono innocue solo apparentemente.
E ascoltiamo, allora, cosa ci racconta la scrittrice...
Iniziamo proprio dal lavoro...Già, perché la verità vera è che i napoletani lavorano di più e guadagnano di meno..

Le mercedi sono scarsissime, in quasi tutte le professioni, in tutti i mestieri. Napoli è il paese dove meno costa l’opera tipografica; tutti lo sanno: i lavoranti tipografi sono pagati due terzi meno degli altri paesi. …
I sarti, i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati nella medesima misura: una lira, venticinque soldi, al più trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.
I tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno. E notate che la gioventù elegante di Napoli, è la meglio vestita d'Italia: che a Napoli si fanno le più belle scarpe e i più bei mobili economici; notate che Napoli produce i migliori guanti.

Per non parlare, poi, del vero e proprio sfruttamento al quale è sottoposto il lavoro femminile e quello minorile..
E, allora, visto che per molti riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena è quasi una vittoria campale, considerando che nelle case costruite per gli operai ci abita la borghesia, poiché i primi non possono permettersi di pagarne l'affitto, non resta che “il lotto”.

Tutte queste cose che la vita reale non gli può dare, che non gli darà mai, esso le ha, nella sua immaginazione, dalla domenica al sabato seguente; e ne parla e ne è sicuro, e i progetti si sviluppano, diventano quasi quasi una realtà, e per essi marito e moglie litigano o si abbracciano.
Alle quattro del pomeriggio, nel sabato, la delusione è profonda, la desolazione non ha limiti: ma alla domenica mattina la fantasia si rialza, rinfrancata, il sogno settimanale ricomincia.

E se la speranza rinasce puntualmente dalle sue ceneri, per le necessità più spicciole c'è, dietro l'angolo, in perenne attesa, l'usuraio.

Ma perché — si domanda — la povera gente non si rivolge ai due Banchi dello Spirito Santo e di Donnaregina? Perché si fa spogliare da queste agenzie? Gli è che a questi Banchi governativi il tramite è molto lungo — e molta gente non ha pazienza, non sa come fare, vuole sbrigarsi presto, è presa da una necessità urgentissima e preferisce entrare in una delle prime agenzie che trova, dove la servono subito, senza formalità e senza molte parole; gli è che in questi Banchi governativi la pubblicità è sempre grande, e una persona timida vi arrossisce di vergogna e preferisce entrare nella penombra discreta delle agenzie private, dove tutto sembra fatto con una grande segretezza; gli è che il venerdì ed il sabato, perché il popolo napoletano deve giuocare al lotto, ha giuocato, la folla è così grande che i Banchi governativi non bastano più e il popolino si riversa nelle agenzie private.

Eppure, nonostante i debiti ed i guai, la “pietas” recita sempre un ruolo di primo piano nel vissuto quotidiano di questa gente.

È naturale che il popolo non possa far carità di denaro, al più povero di lui, non avendone; ma si vedono e si sentono carità più squisite, più gentili....

La Serao ci illustra diversi esempi di “solidarietà creativa”, a dimostrazione che chiunque, se veramente vuole, può sempre dare qualcosa.
E la politica che fa?
Quello che si fa molto spesso quando la situazione è ingarbugliata e che Matilde chiama “Il paravento”..Il risanamento voluto da Umberto I, infatti, qualche miglioria l'ha apportata, ma i problemi sono ben lungi dall'essere risolti...

Entrando, poi, nel Rettifilo, l'occhio un po' distratto, un po' stanco del viaggiatore, scorrendo rapidamente, finisce per avere un senso di ammirazione, per la larghezza di questa via, per il suo disegno che, sino ad un certo punto, è bello. Mancano, è vero, gli alberi, che formano la poesia di tutti i paesi civili del mondo...

...il viaggiatore non vede che l'esterno; e la messa in scena del Rettifilo, del resto abbastanza felice, ottiene il suo effetto.

E dietro “il paravento” viene invece respinto il popolo napoletano, che non potendo abitare nella zona risanata poiché le pigioni sono troppo alte, finisce per concentrarsi ulteriormente nei quartieri più degradati ed insalubri, dove prosperano soltanto il vizio ed il delitto.

...e vi stupite delle statistiche dell'onta, del delitto, a Napoli, quando dimenticate che non vi sono scuole, che invano qualche anima buona di assessore grida, perché se ne aprano delle altre, mentre il goffissimo progetto del quartiere della bruttezza, a Santa Lucia, chiede un milione e duecentomila lire, poiché ciò fa comodo a un assessore qualunque! Non vi sono scuole, a Napoli, e questi cattolici che sono al Municipio di Napoli, non si vergognano di far perdurare questa cosa infame, che è l'analfabetismo, di cui tutti arrossiamo...

Fa un certo effetto pensare che, solo qualche settimana fa, un altro scrittore sensibile auspicava l'arrivo di un esercito di professori per arginare il fenomeno, che da alcuni giorni aveva guadagnato “gli onori della cronaca”, della delinquenza minorile...Scopriamo, allora, quando “Il ventre di Napoli” è stato “effettivamente” scritto..

Questo libro è stato scritto in tre epoche diverse.
La prima parte, nel 1884, quando in un paese lontano, mi giungeva da Napoli tutto il senso di orrore, di terrore, di pietà, per il flagello che l'attraversava, seminando il morbo e la morte: e il dolore, l'ansia, l'affanno che dominano, in chi scrive, ogni cura, d'arte, dicano quanto dovette soffrire profondamente, allora, il mio cuore di napoletana.
La seconda parte, è scritta venti anni dopo, cioè solo due anni fa, e si riannoda alla prima, con un sentimento più tranquillo, ma, ahimè, più sfiduciato, più scettico che un miglior avvenire sociale e civile, possa esser mai assicurato al popolo napoletano, di cui chi scrive si onora e si gloria di esser fraterna emanazione.
La terza parte è di ieri, è di oggi: né io debbo chiarirla, poiché essa è come le altre: espressione di un cuore sincero, di un'anima sincera: espressione tenera e dolente: espressione nostalgica e triste di un ideale di giustizia e di pietà, che discenda sovra il popolo napoletano e lo elevi o lo esalti!

domenica 28 gennaio 2018

Il nipote di Archimede - Giochi e passatempi

Preferivate il “Monopoly” oppure il “Risiko”? Lo “Scarabeo” oppure “Trivial Pursuit”?
I giochi da tavolo, che ci hanno fatto trascorrere dei lunghi pomeriggi nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza, non sembrano conoscere il viale del tramonto, anzi, da quanto viene riportato nelle riviste specializzate, il settore è in piena espansione.
Qualche mese fa ho acquistato uno “Stomachion”, il rompicapo inventato da Archimede di Siracusa.
Pare che siano stati proprio i suoi studenti a coniare il nome del gioco (στομάχιον significa “stomachevole”!!!!), anche se alcuni sostengono che il vero nome fosse ὀστομάχιον , vale a dire, “la battaglia degli ossi”.
Beh, certo è che il numero di combinazioni possibili delle 14 tessere per formare il quadrato è elevatissimo (17.152!) ed è probabile che, alla fine, gli studenti non ne potessero più.
Leggiamoci, quindi, il racconto di oggi (la traduzione ve la farò avere in seguito).

Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός

Παίγνια καὶ ἀθύρματα


Ὁ πάππος ἐδώρησε Στομάχιον τῷ Γλαύκῳ.
Τοῦ παιδὸς παίζοντος ἐπὶ τῆς τραπέζης καὶ λύοντος τὸ πρόβλημα , ὁ Ἰδομενεὺς ἦλθε.
Ὁ Ἰδομενεὺς ἠρώτησεν τὸν Γλαῦκον ·
-Τί ποιείς, ὦ πόνηρε;
-Λύω τὸ πρόβλημα τοῦ Στομάχιου, ἀπεκρίνατο Γλαῦκος.
-Ἐγὼ λύσω τὸ πρόβλημα ῥᾳδίως, εἶπε Ἰδομενεὺς καὶ ἀφεῖλε τὸ παίγνιον τῷ Γλαύκῳ.
Ὁ Ἰδομενεὺς ἐβιάσατο πολὺ ἀλλὰ οὐ δυνήσαιτο τὸ πρόβλημα λύειν καὶ κεφαλαλγίαν ἔσχησε· διὰ τοῦτο οἴκαδε ἀνῆλθε καὶ ἐποιήσατο κοῖτον.
Οἱ ὑβρισταὶ φρονέουσι κρέσσονεϛ εἶναι τῶν πράων.

Σ.Δ.

P.S.

Giochi e passatempi

Il nonno regalò a Glauco uno Stomachion.
Mentre il bambino giocava sul tavolo e risolveva il problema, giunse Idomeneo.
Idomeneo chiese a Glauco:
-Cosa stai facendo, buono a nulla?
-Sto risolvendo il problema dello Stomachion, rispose Glauco.
-Io risolverò facilmente il problema , disse Idomeneo e tolse il gioco a Glauco.
Idomeneo si sforzò molto ma non riuscì a risolvere il problema e gli venne mal di testa; per questo, tornò a casa e si mise a letto.
I prepotenti credono di essere migliori di chi è mite.

sabato 30 dicembre 2017

Tutti a tavola

Mentre Raffaele Viviani debuttava al teatro Umberto,  al Fiorentini ed al Bellini si applaudivano le rappresentazioni  di Salvatore Di Giacomo ed Eduardo Scarpetta.
E se Salvatore Di Giacomo ci ha regalato le parole di alcune delle canzoni più belle di sempre, come “Marechiaro” e “Oje Carulì”, i copioni di Scarpetta e della sua dinastia continueranno a far ridere generazioni e generazioni.
Passiamo quindi dal “classicissimo” Di Giacomo (è sufficiente leggersi, ad esempio, “A Capemonte” o “Povera Rosa!” per ritrovare temi cari a noi del liceo classico) ad un evergreen del teatro e del grande e piccolo schermo (già, e chi se la scorda la trasposizione cinematografica con Totò e Sophia Loren!): “Miseria e nobiltà”(E. Scarpetta, 1888).
In uno squallidissimo appartamento vivono insieme, per forza di cose, Felice, la sua compagna Luisella, Peppeniello (figlio di Felice) , un amico di Felice, Pasquale, con la moglie Concetta e la figlia Pupella. E giacché lo spazio è poco e la fame tanta, difficile sperare che la vita, in questa piccola comunità, trascorra serena...
E infatti, mentre gli uomini sono fuori a cercare di mettere insieme la cena, le donne cominciano a bisticciare..L'origine del litigio è un rimprovero fatta da Luisella a Pupella, perché...

PUPELLA: Ajssera io steva affacciata a la fenesta, aspettanno quanno passava chillo giuvinotto che va pazzo pe me, tutto nzieme venette essa e se mettette alluccà dicenno che nun steva bene a fà ammore da coppa la fenesta.
CONCETTA: Uh! Teh, teh, ha fatto scrupolo D.a Luisella! E chello che fà essa sta bene? E tu pò sì figlia a me, haje da dà cunto sula a me dinto a sta casa e a nisciuno chiù! (Luisella esce.) Vuje vedite addò nce steva aspettato stu guaio!
LUISELLA: Mò avite ditto buono Da. Concè, overo che avimmo passato lo guaio, e me parene mill'anne che passene sti 4 mise... Ne voglio fà miglia! Mamma mia, e che gente disperate e superbe!
CONCETTA: Nuie si vulimmo essere superbe, nun avimma dà cunto a nisciuno! Pe riguardo po' a disperazione, vuje nun putite parlà...
PUPELLA: Sempe cchiù disperate de nuie state!

Ovvio...Il vecchio vizio della morale “in conto terzi” ed il “cold comfort” di vedere che c'è qualcuno che sta perfino peggio di noi...
Ed a complicare la situazione arriva il padrone di casa a reclamare l'affitto...E intanto che Don Giacchino si va rendendo conto dell'impossibilità di cavare 5 mesi di fitto arretrato da gente perennemente in bolletta, giunge anche Luigino, lo spasimante di Pupella. Luigino, in teoria, sarebbe ricco, perché suo padre, che prestava servizio come cuoco presso un gentiluomo inglese, ha ereditato una grossa fortuna ma, dato che è in urto con il padre, al momento è squattrinato anche lui. E vediamo, allora, qual è la sua “strategia” :

LUIGINO: No, ma quello fà così, e poi le passa, sempre così facciamo, bellezza mia, quanno me servevo denare, io me li piglio e me ne vaco. Appena li ho finiti, o per mezzo di mia sorella, o per qualche amico che metto per lo mezzo nce faccio pace... Mò, per esempio, bellezza mia, me so' rimaste 4 solde dinta a la sacca, dimane assolutamente aggia fà pace cu papà, bellezza mia.
GIACCHINO: E si dimane papà è tuosto, e nun vò fà pace, vuje comme magnate, bellezza mia?

Beh, in certi casi, è d'uopo far pace con i genitori!!!
Le cose, comunque, sembrano andare di male in peggio...Sia Pasquale che Felice rientrano a casa senza il becco d'un quattrino e Peppeniello, stanco di essere maltrattato, fugge via...Chissà cosa avrà fatto esplodere l'ira di Felice....

FELICE: Avevo mannato a chill'assassino de figliemo cu na lettera addò nu signore. (Vedendo Peppeniello:) Ah, staje lloco!! Zitto mò!... Chillo è nu signore tanto buono, che me canosce da tanto tiempo, sape comme steva primma io, e sempe che aggio avuto bisogno de quacche cosa me l'ha mannato. Mò 2 lire, mò 4 lire, mò 5 lire, e a Pasca e a lo Natale m'ha mannato fino a 10 lire. Embè?!... chillo stammatina le porta la lettera tutta nquacchiata de nzogna... Ah! (Fa per inveire.)
PASQUALE: Lassalo j, Felì, chillo è guaglione!
PEPPENIELLO: E che sto' stato io? Sò state le pizze... Ma po' a sudisfazione ve l'aggio data?
FELICE: Che sodisfazione m'haje data?
PEPPENIELLO: Chelli 3 pizze che hanno nquacchiata la lettera, nn'aggio fatte 3 muorze!

Ecco, allora, il Deus ex machina ...Si sa, anche i ricchi hanno le loro pene ed il marchesino Eugenio bussa alla porta di Pasquale per domandargli un favore...Il giovanotto è innamorato di Gemma, sorella di Luigino e figlia di Gaetano Semmolone, il cuoco divenuto ricco con l'eredità del suo padrone e che, per salire qualche altro gradino nella scala sociale, vorrebbe maritarla solo ad un nobile. Eugenio è nobile, ma i suoi parenti si oppongono al matrimonio con la figlia di un ex servitore.
Questo è il piano: Pasquale ed i suoi amici fingeranno di essere la famiglia di Eugenio e faranno visita a Don Gaetano; Don Gaetano, fuori di sé per la gioia, non si accorgerà dell'inganno e darà il suo consenso alle nozze e così, una volta di fronte al fatto compiuto, anche i veri parenti di Eugenio finiranno per accettare l'unione.
Nel frattempo, Peppeniello, in cerca di una sistemazione, si è recato dal suo compare Vicienzo, che è cameriere proprio in casa di Don Gaetano e che, spacciandolo per suo figlio, riesce a farlo prendere a servizio.
Il papà di ogni bella fanciulla, specialmente se ricca e artista (Gemma è prima ballerina al S.Carlo), riceve, dall'alba dei tempi, molte visite da parte degli ammiratori della figlia ed ecco bussare, alla porta di Don Gaetano, il signor Bebè.
Dietro lo pseudonimo di Bebè si cela, però, il marchese Ottavio, il padre di Eugenio, il cui hobby è quello di corteggiare, in incognito, le ballerine.
Ma Gemma di un corteggiatore che non abbia intenzioni serie non sa che farsene ed è, invece, attratta da Eugenio, che le ha fatto pervenire un messaggio per avvisarla del piano ordito per convolare a giuste nozze. Godiamoci, allora, le riflessioni di Gemma e della sua cameriera Bettina sull'”amour” :

BETTINA: Che ne saccio, signurì?... Chello che ve pozzo dicere sulamente: stateve attiente, pecché a li vote, na figliola quanno meno se crede è ngannata!
GEMMA: Tu che dici, Bettì!?... Chillo, Eugenio, va pazzo pe me.
BETTINA: E chill'assassino de maritemo pure lo pazzo faceva e pò quanno me spusaje...
GEMMA: Comme!... Betti, tu sì mmaretata?
BETTINA: Sissignore, signuri, da 8 anne! Me spusaje nu giovene de nutaro, nu certo Felice Sciosciammocca, e doppo 2 anne de matrimonio nce spartetteme.
GEMMA: E pecché ve spartisteve?
BETTINA: Pecché chillu birbante se mettette a fà ammore cu na sarta, e pe chella femmena steva facendo j la casa sotte e ncoppa. Io l'appuraje, e le facette prima nu paliatone, e po' me nejette. Me credeve che stu mio signore, doppo quacche tiempo, se fosse ricurdato de me. Ma niente!... Sò 6 anne che sta cu chella tale, e io comme fosse morta addirittura!
GEMMA: Povera Bettina!
BETTINA: A me nun me dispiace pe isso, signurì, crediteme, ma pe nu guaglione che le rimmanette, e che isso nun m'ha vuluto mai dà... Ma si me vene ncapo, nujuorno de chiste lo vaco piscanno, e mare a isso vì!... Mare a isso! M'aggia scuntà tutto chello che m'ha fatto!... Perché se lo incontro io smetto di essere una donna separata per diventare una donna vedova.

Elementare... Bettina è la moglie di Felice e Peppeniello è figlio loro... La matassa si fa sempre più ingarbugliata...
Nel frattempo giungono Eugenio, con la finta famiglia al seguito, e Luigino, che vuole far pace con il padre per avere altri denari.
Scatta, puntuale, la trappola... Eugenio presenta la sua “famiglia” a Don Gaetano, che è così contento per la visita di gente tanto altolocata da non accorgersi nemmeno della goffaggine con la quale questa armata Brancaleone recita la propria parte.
Come se non bastasse, arriva anche Don Giacchino, il padrone di casa al quale le due famiglie devono 5 mesi di fitto, tuttavia, per benevolenza della sorte, i finti nobili non vengono smascherati.
E mentre Don Gaetano si incarica di far predisporre la sala da pranzo, Luigino incontra Pupella e dichiara a Pasquale la sua intenzione di sposarla.
Tutti stanno assaporando, finalmente, un po' di felicità; ascoltiamo, allora, lo sfogo di Felice....

FELICE: E pure che bella cosa è fà lo nobele!... Rispettato, ossequiato da tutti... cerimonie, complimenti... É un'altra cosa, è la vera vita!... Neh? Lo pezzente che nce campa affa?... Il mondo dovrebbe essere popolato di tutti nobili... Tutti signori, tutti ricchi!... Pezziente nun ce n'avvarriana stà!... Eh!... E si nun ce starrieno pezziente, io e Pascale sarriemo muorti... Nce ha da stà la miseria e la ricchezza, se capisce!... Ma sangue de Bacco!... Chillu cancaro de parrucchiere m'ha cumbinato alla perfezione... (Mirandosi allo specchio.) Pare proprio nu principe!... Nun pozzo ridere ca se ne cade lo mustaccio!... Eh, chi sa che la sorta nun nce farrà diventà quacche cosa veramente!... A la fine sò giovene, che nce vò a beni nu colpo de fortuna?... Niente!... Allora jarria truvanno a muglierema, e le diciarria: "Guarda! tu mi hai trattato in quel modo, tu non ti sei più curata di me, ed oggi sono un signore! Vuoi far pace?... Ebbene, mettiti il cappello, perché non puoi venire con me senza cappello!... Che bella soddisfazione. Eh!... Che bella vendetta!. ." Che bella paliata me facette quanno me truvaje ncoppa addo Luisella, la sarta?!... Quatto perzune nun me putevano levà da sotto a essa!... Basta!... Mò và trova addò sta!... Pensiamo adesso che sono un principe, e come principe posso fare quello che voglio io... che potrei desiderare?... Ah!... nu bicchiere di vermouth, tanto per stuzzicar l'appetito!... (Suona un tocco di campanello, che è su tavolino.)

Già, come resistere alla tentazione di ostentare la propria fortuna davanti all'ex consorte (o ex fidanzata )!!!
Ma la moglie, in questo caso, è più vicina di quanto il nostro eroe immagini..

BETTINA: Tu haje ragione che io nun pozzo fà chiasso, pecché sino faciarria nu male a la signurina... nun pozzo parlà... nun pozzo dicere chi sì... Ma però, guè! Tu lo vide stu curtelluccio... (Tira fuori un coltello a serramanico.)
FELICE: Bettina!... Posate il cortelluccio!...
BETTINA: Dinto a la panza te lo chiavo si nun me dice figliemo addò sta! (Si guarda intorno con precauzione.)
FELICE: (E chesta è capace de me lo dà dinto a la panza!... Ma ha ditto che nun pò parlà, nun pò dicere chi songo... Ah!... Aspetta che mò t'acconcio io!).
BETTINA: Dunque?...
FELICE: Io non sò voi chi siete, e che cosa dite... Io sono il principe di Casador!... (Eh! Allucca, mò!...)
BETTINA: Ah, sì lo principe de li cassarole?
FELICE: (No, so' lo princepe de li caccavelle!).

Fortunatamente anche Peppeniello si trova in casa di Don Gaetano e così Bettina può riabbracciarlo e si riconcilia con Felice.
Nel frattempo, arriva anche il vero padre di Eugenio, il marchese Ottavio, sempre sotto le mentite spoglie di Don Bebè, ma ha la sfortuna di imbattersi nel figlio che, riconoscendolo, gli estorce il consenso alle sue nozze con Gemma minacciandolo, altrimenti, di rivelare le sue frequentazioni alla zia, l'unica finanziatrice del marchese rimasto, ormai, senza una lira.
Con l'assenso alle nozze da parte del padre di Eugenio si vanifica anche l'intervento in extremis di Luisella, che svela a Don Gaetano l'inganno e che resterà l'unica esclusa nell'happy end della commedia.
Infatti, con i preparativi di due matrimoni da fare e una famiglia finalmente riunita, spariscono d'incanto il malumore e l'acredine, la discordia ed i regolamenti di conti e cala il sipario su questa storia, per usare le parole dell'autore, “di nobiltà finta e miseria vera”.
Diceva Eduardo De Filippo, nei panni di Don Andrea in “Campane a martello” (L.Zampa, 1949) : -La gente non è cattiva, sapete: ha solo paura di essere buona.

domenica 26 novembre 2017

I sette contro Tebe - Ἑπτὰ ἐπὶ Θήβας


Che 7 sia il numero magico per eccellenza è universalmente noto...Prima di Akira Kurosawa e di John Sturges, l'idea di redigere un copione che raccontasse di una memorabile battaglia avente per protagonisti 7 grandi guerrieri l'ebbe Eschilo (a detta di Aristofane, nelle sue “Βάτραχοι”, il più grande dei tragediografi greci ).
E poichè i temi cari al “Ciclo tebano”, come l'incerto confine tra la colpa e l'errore, l'antitesi tra la macchia del peccato originale e la ricerca tenace della virtù, l'impari lotta tra la voglia di riscatto e l'ineluttabilità del fato, sono sempre attuali, proviamo a riassumere le vicende della celebre trilogia dei Labdacidi.
Come tutti saprete, Edipo, a causa della maledizione che pesava sulla sua stirpe, uccise il padre Laio e sposò la madre Giocasta.
Da quell'unione nacquero 4 figli: Eteocle, Polinice, Antigone ed Ismene.
Un giorno, però, una terribile epidemia si abbattè sulla città e l'oracolo rivelò che la causa dell'ira divina era la mancata punizione dell'assassino di Laio. L'eroe, allora, iniziò le ricerche e, consultando l'indovino Tiresia, scoprì una terribile verità: era lui l'assassino di suo padre ed i suoi figli erano nati da un matrimonio incestuoso.
Giocasta, sconvolta dalla rivelazione, si uccise; Edipo, dopo essersi accecato, lasciò la città.
I due figli maschi, Eteocle e Polinice, si accordarono, allora, per regnare un anno ciascuno ma, alla fine del suo mandato, Eteocle si rifiutò di cedere, temporaneamente, la corona al fratello e lo esiliò.
Giunto nella città di Argo, Polinice sposò la figlia del re Adrasto e, guadagnato, così, il suo appoggio, ripartì alla volta di Tebe, alla testa di un esercito, per reclamare il trono.
Fermiamoci, per un momento, qui: da una parte c'è la violazione dei patti ( e quindi della Legge), dall'altra c'è il tradimento della propria patria: Polinice, per far valere il suo diritto, si rivolge ad un sovrano straniero, che porrà sotto assiedo la sua città natale.
Gli appassionati di Storia potranno citare parecchi episodi analoghi e anche oggi, con le dovute differenze, possiamo trovare delle situazioni comparabili.
La violazione del diritto altrui, di solito, non è latrice di pace e prosperità; i libri di Storia, d'altro canto, ci ammoniscono sui rischi del porre troppa fiducia nell'intervento straniero per ristabilire la Giustizia.
Eschilo, in cuor suo, sta dalla parte di Eteocle; nei “7 contro Tebe”, sorvola sulla sua colpa (eppure è stato proprio Eteocle, non rispettando l'accordo, a scatenare il conflitto) e ce lo presenta come un buon sovrano, che ha a cuore, innanzitutto, le sorti della πόλις .
Riportiamo, dunque, uno stralcio del suo celebre discorso...

Κάδμου πολῖται, χρὴ λέγειν τὰ καίρια
ὅστις φυλάσσει πρᾶγος ἐν πρύμνῃ πόλεως
οἴακα νωμῶν, βλέφαρα μὴ κοιμῶν ὕπνῳ.
εἰ μὲν γὰρ εὖ πράξαιμεν, αἰτία θεοῦ:
εἰ δ᾽ αὖθ᾽, ὃ μὴ γένοιτο, συμφορὰ τύχοι,
Ἐτεοκλέης ἂν εἷς πολὺς κατὰ πτόλιν
ὑμνοῖθ᾽ ὑπ᾽ ἀστῶν φροιμίοις πολυρρόθοις
οἰμώγμασίν θ᾽, ὧν Ζεὺς ἀλεξητήριος
ἐπώνυμος γένοιτο Καδμείων πόλει.

ὑμᾶς δὲ χρὴ νῦν, καὶ τὸν ἐλλείποντ᾽ ἔτι
ἥβης ἀκμαίας καὶ τὸν ἔξηβον χρόνῳ,
βλαστημὸν ἀλδαίνοντα σώματος πολύν,
ὥραν τ᾽ ἔχονθ᾽ ἕκαστον ὥστε συμπρεπές,
πόλει τ᾽ ἀρήγειν καὶ θεῶν ἐγχωρίων
βωμοῖσι, τιμὰς μὴ 'ξαλειφθῆναί ποτε:
τέκνοις τε, Γῇ τε μητρί, φιλτάτῃ τροφῷ:
ἡ γὰρ νέους ἕρποντας εὐμενεῖ πέδῳ,
ἅπαντα πανδοκοῦσα παιδείας ὄτλον,
ἐθρέψατ᾽ οἰκητῆρας ἀσπιδηφόρους
πιστοὺς ὅπως γένοισθε πρὸς χρέος τόδε.
….




Popolo di Cadmo, bisogna dire ciò che il momento richiede:
chi ha in custodia il bene della città
tiene saldo il timone e non si lascia sorprendere dal sonno.
Se infatti vinceremo, sarà merito degli dei;
se invece, al Cielo non piaccia, la sventura ci colpirà,
un nome solo, “Eteocle”, sarà invocato da molte voci
con inni tragici e lamenti, dai quali Zeus protettore,
per essere degno del suo nome, possa preservare la città cadmea.

E' necessario, ora, che anche voi, sia quelli che ancora
attendono il pieno vigore della giovinezza, sia quelli che ella ha
abbandonato con il passar del tempo, moltiplichiate le vostre forze,
e che ciascuno faccia la parte che gli compete,
portando soccorso alla città e agli altari degli dei della patria,
affinché il loro culto non sia mai cancellato,
ai figli e alla Terra madre, la nutrice più cara,
che, quando eravate bambini e muovevate i primi passi sul suo suolo benevolente,
si è fatta carico di allevarvi e ha fatto di voi dei leali cittadini capaci di reggere uno scudo
e che ora vi chiama nel momento del bisogno.
…..


Ma riprendiamo la nostra storia...
Polinice aveva schierato, davanti a ciascuna delle 7 porte di Tebe, un prode capitano: in breve, 7 grandi guerrieri, di quelli che terrorizzano i nemici.
Eteocle gli oppone, allora, i suoi 7 eroi; nell'ultima porta, in particolare, saranno proprio Eteocle e Polinice ad affrontarsi.
La sorte arriderà ai Tebani e l'esercito invasore sarà sconfitto; Eteocle, però, non essendo esente da colpe, non potrà assaporare il trionfo: i due fratelli si uccideranno a vicenda, compiendo il loro fato.

 Post collegati: Antigone

giovedì 26 ottobre 2017

Il nipote di Archimede - I soldati

I Greci, si sa, ricevevano un'educazione militare sin da fanciulli.
Certo, a Sparta l'addestramento iniziava prima che ad Atene dove, invece, si privilegiavano di più le Arti..Fatto sta che, a quei tempi, imparare a combattere era, comunque, necessario.
E voi, l'avete fatto il servizio militare?
Io sì, e devo dire che ricordo con piacere quell'anno trascorso con i miei commilitoni.
Proviamo, dunque, ad immaginare come andò il servizio di leva in questo villaggio fantastico con le cui vicende cerco di intrattenervi.
[Naturalmente, la traduzione ve la darò in seguito... ]

 

Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός


Οἱ στρατιῶται


Οὐ μόνον οἱ μαθηταὶ τὸ ἀναγιγνώσκειν καὶ τὸ γράφειν ἀλλὰ καὶ τὴν μουσικὴν καὶ τὴν ἀριθμητικὴν ἐμάνθανον· πρὸς δὲ τούτοις ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ ἐμάνθανον καὶ τοξεύειν καὶ ἀκοντίζειν.
Ὁ Γλαῦκος οὐκ ἐβούλετο στρατεύεσθαι καὶ οὐκ ἔχαιρε ἐν ὅπλοις δύειν· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς βουλόμενος ἄρχειν τῶν ἄλλων παίδων ἐκολάκευε τοὺς λοχαγοὺς καὶ ἦν ὠτακουστής.
Διὰ τοῦτο ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ πολλάκις ἐκολάζοντο· ὁ δὲ Ἰδομενεὺς ἀεὶ ἐνεκωμιάζετο.
Ἡ ἡμέρα τοῦ ἐνορκίου ἦλθε.
Τοῦ στρατηγοῦ ἐξετάζοντος τοὺς νέους στρατιώτας, ὁ Ἰδομενεὺς βουλόμενος φιλεῖν τῇ χειρὶ τῆς αὐτοῦ γαμετῆς ἐπλησιάσθη τῇ ταύτῃ ἀλλὰ ὁ Ἑρμῆς ἔσφηλε τὸν παῖδα ὃς ἔπεσε ἐν τῷ κόλπῳ τῆς γυναικὸς σπὼν τὸν πέπλον.
Γυμνῆς γενομένης τῆς γυναικός, πάντες οἱ παῖδες ἐγέλασαν· ὁ δὲ στρατηγὸς ὠργίσατο ὡς μάλιστα καὶ ἐτύπτησε τὸν Ἰδομενέα.
Οἱ θεοὶ μισοῦσι τε τοὺς κόλακας καὶ τοὺς ὠτακουστάς.


Σ.Δ.

P.S.:
 
I soldati
 
Gli scolari apprendevano non soltanto a leggere ed a scrivere, ma anche la musica e l'aritmetica; oltre a queste cose, Glauco ed i suoi amici imparavano anche a tirare con l'arco ed a lanciare giavellotti.
Glauco non voleva fare il servizio militare e non gli piaceva indossare delle armi; Idomeneo, invece, desiderando comandare sugli altri bambini, adulava gli ufficiali ed era un delatore.
Per questo motivo, Glauco ed i suoi amici venivano spesso puniti; Idomeneo, invece, veniva sempre lodato. 
Arrivò il giorno del giuramento.
Mentre il generale passava in rassegna i giovani soldati, Idomeneo, volendo baciare la mano della moglie, le si avvicinò ma Ermes sgambettò il fanciullo che cadde in grembo alla donna strappandole via il peplo.
Poiché la donna era rimasta nuda, tutti i bambini risero; il generale, invece, si adirò moltissimo e picchiò Idomeneo.
Gli dei odiano sia gli adulatori che i delatori.

domenica 24 settembre 2017

Nighthawks – I nottambuli

Visto che, ultimamente, ho trascurato la Storia dell'Arte, partiamo dal celebre quadro di Edward Hopper per introdurre il tema odierno.
Spostiamoci subito, però, dal Greenwich Village (New York) a via Toledo (Napoli), perché  parleremo delle opere teatrali di Raffaele Viviani.
E iniziamo proprio da “Tuledo 'e notte” (1918)...
Mentre gli altri dormono, inizia la “movida” di un'autentica Corte dei Miracoli: il giornalaio, il caffettiere, i disoccupati, le prostitute, i guappi, il vetturino, il pizzaiolo, il cenciaiolo, in un susseguirsi di eventi tragici e comici, vivono le loro speranze e le loro paure quotidiane.
Ognuno, infatti, ha il proprio sogno nel cassetto ed è convinto che, prima o poi , si realizzerà.
E così, “l'arte di arrangiarsi” fa soltanto da cornice a tutto un mondo in cui s'intrecciano: l'Economia...

O PIZZAIUOLO - (a Leopoldo) ‘A pizza, se tu non lo sai, è stata distrutta dagli avvenimenti dell’Europa! Si no, a quest’ora, si era imposta in tutto il mondo!
LEOPOLDO - E che c’entra?
‘O PIZZAIUOLO - Uh? Liopo’! La guerra che ti ha fatto? Ti ha sconvolta la società. Chille ‘e coppa so’ gghiute sotto, e chille ‘e sotto so’ gghiute ‘ncoppa; ed in tutto questo rimpasto sociale, gli amatori della pizza addo’ stanno? Scomparsi. (Pausa) Il tracollo del cambio poi che ha fatto? Ti ha dato il tracollo anche alla pizza! Il cambio è salito, e la pizza è scesa!
LEOPOLDO - Mo, nun capisco.
‘O PIZZAIUOLO - ‘A pizza ched è? È rrobba ‘e mangia’? Se fa cu ‘a farina? E ‘a farina ‘a do’ vene? ‘All’estero!
TUMMASINO - E già, si paga in oro… 
 
la Sociologia …

O SAPUNARIELLO - (siede sul cesto, presso lo scaldino di Leopoldo; si stropiccia le mani; ha una smorfia di disappunto) Vatte’, chisto è cchiu ffriddo ‘e me!
E intanto ‘o delegato e tutt’ ‘e gguardie
vanno piglianno ‘a ggente ‘e malavita!
Malavita? Capite? Accussi ‘a chiammano!
Addo’? Si chella, invece, è bbona vita!
Chella è ggente ca magnano, ca vevono,
cu carrozze, triate, scampagnate;
cu cacotte e ceveze etceveze…
E chesta è malavita? Ve ne jate?!
‘A malavita overa, chella autentica,
è chella ca facc’i’ cu sta miseria!

la Religione....

LEOPOLDO - Avite avute cchiu nutizie ‘e Don Peppeniello?
MARGHERITA - E che ssaccio… S’ha dda fa’ ‘a causa cu ‘o direttissimo! Ma è n’anno e miezo, e stu direttissimo nun arriva maie!
LEOPOLDO - Starrà facenno ‘o ppoco ‘e ritardo! (E ride)
MARGHERITA - (ride anche lei, sia pure a malincuore) Eh! È addeventato treno merce p’ ‘a via!
LEOPOLDO - Ma pecché l’arrestaieno?
MARGHERITA - Se pigliaie nu crucefisso ‘argiento ‘a dint’a na puteca.
LEOPOLDO - (tra il serio ed il faceto) Guardate! Per essere troppo cattolico, m’ ‘o manneno ‘n galera! È inutile: non c’è più religione!

E, naturalmente, l'Amore...

INES - (a Margherita)
Me fanno ridere cierti perzone
quanno me diceno: Pienze pe’ tte!
Io faccio ammore cu ‘o capo guaglione…
FILIBERTO - (mette la mano al cappello, in segno di saluto, e sorride) Grazie!
INES - …e spengo ‘e llire p’ ‘o fa’ cumpare’.
Sto sott’ ‘o debbeto, chisto è ‘o destino:
ma c’è chi pava, pirciò lassa fa’.
Tengo nu bellu guaglione vicino…
FILIBERTO - (compiaciuto, a Leopoldo, che gli porge il caffè) Esagera!
INES - …ca me fa rispetta’!
Chi sta int’ ‘o peccato
ha dda tene’ ‘o ‘nnammurato…
FILIBERTO - …ca, appena doppo assucciato,
s’ha dda sape’ appicceca’! (sorseggia il caffè, lo trova amaro; a Leopoldo) Zucchero! (Si china prenderne dal cesto, rimescola il caffè)
INES - E tutt’ ‘e sserate.
chillo m’accide ‘e mazzate!
Me vò nu bene sfrenato,
ma nun m’ ‘o ddà a pare’!

Ma, si sa, i sogni finiscono sempre sul più bello e così, nel bel mezzo dei preliminari di una lite tra guappi, arrivano le guardie che, come in ogni tragicommedia che si rispetti, finiscono per arrestare chi non c'entra nulla: il caffettiere.
Se da un lato la chiassosità dei personaggi di Viviani si contrappone alla silenziosità di quelli di Hopper, dall'altro entrambe le opere affrontano il tema della solitudine.
Viviani ci racconta il buio ed il freddo dei vicoli di una città, dove il disagio si tocca con mano ed i rapporti umani sono divenuti feroci; Hopper, invece, le luci di una metropoli che, tutta presa dal suo frenetico sviluppo (siamo negli anni '40...) , finisce per ignorare i suoi figli.
E, per concludere, dedichiamo un po' di spazio all'opera più famosa di Raffaele Viviani: “‘A Morte ‘e Carnevale”.
Carnevale è un vecchio usuraio e vive con la giovane moglie 'Ntunetta.
Un giorno, suo nipote Rafele si reca a fargli visita per chiedergli un prestito...Certo, Carnevale è un osso duro, ma tira e molla....

CARNEVALE (osserva un biglietto da cento, e vi soffia su varie volte, per assicurarsi che non ne siano due)
RAFELE - È uno! è uno!
CARNEVALE - Teh! Cento e duecento! (Gli dà il danaro)
RAFELE - Cheste momentaneamente bastano
CARNEVALE - No! Cheste hann’abbasta’ eternamente!
RAFELE (intascando il danaro) - ‘A coppola me l’aggio fatta...
CARNEVALE - Eh! Cacciate ‘a patente, fatte na bella divisa...
RAFELE (ironico) - M’accatto pure ll’automobile...
CARNEVALE - Eh!
RAFELE (gridando) - ‘O zi’, chelle so’ dduiciento lire!
CARNEVALE - Eh! E so’ dduiciento aneme ‘e chi... (L’imprecazione gli muore in gola, è preso come da un collasso, e s’abbatte sulla poltrona, riverso, lasciando cadere il portafogli)..

Il povero Carnevale, credendosi prossimo alla fine, manda il nipote a chiamare il medico ed il notaio ma, invece, arriva il becchino, anzi....Ne arrivano due!

CARNEVALE (levandosi a stento) - E mo che vvulite?! Jatevenne! Jatevenne! Mo piglio na mazza ‘e scopa! (I due, in atteggiamento sbigottito, sono fermi all’ingresso) Eh! aggio mise ‘e cciucciuvettole for’ ‘a porta! (Ad essi) Chi v’ha chiammato? Nepotemo?
NTUNETTA (rapida) - Nonsignore.
CARNEVALE (di rimando) - Sissignore! Nepotemo è stato! Io l’aggio ditto chiamma ‘o miedeco e ‘o nutaro, e isso ha chiammato pur’ ‘e schiattamuorte!
IL BECCHINO - Ma nonsignore, io nun ‘o cunosco proprio a stu nepote vuosto.
CARNEVALE - E allora pecche site venute? Chi v’ha chiammato?
IL RAPPRESENTANTE - A me, me l’ha ditto ‘o guardaporta affianco.
IL BECCHINO - E a me, ‘o cantante d’ ‘a cantina appriesso. Stevo llà pe’ me fa’ ‘o soleto bicchier’ ‘e vino, e m’ha ditto ca, salute a vuie, ireve spirato!
CARNEVALE (sempre più irritato) - Ah! chilli piezz’ ‘e carognal Vanno dicenno ca io so’ spirato, pecche nun m’hanno pututo spilla’ danare! (A ‘Ntunetta) He capito? Mo se sparge ‘a voce ca io so’ muorto (quasi piangendo) e nun me paga nisciuno cchiù. (Fa uno sforzo supremo, per alzarsi in piedi) Io nun tengo niente! Sto buono! sto buono! (Grida ai due estranei) Jatevenne! Jatevenne!

Alla fine, comunque, Carnevale fa testamento e, dopo aver confessato tutte le sue malefatte, “passa a miglior vita”.
'Ntunetta ed il nipote progettano, allora, un futuro insieme ma, sul più bello, Carnevale, che è morto solo apparentemente, ricompare e ...

RAFELE - E ‘o fatto nuosto...?
NTUNETTA - Oramaie... Tutto a monte!
RAFELE - E allora?
NTUNETTA - E allora, che? T’hè ‘a mettere a fatica’.
RAFELE (avviandosi all’uscita) - Ma comme?! Vaco ‘o fronte, e mme pigliano prigioniero; m’arruolo dint’ ‘e Guardie Regie, e se scioglie ‘o cuorpo; me voglio sistema’, trovo na vedova cu cientomila lire, e risuscita ‘o marito! Cose ‘e pazze! Cose ‘e pazze!

Già, non c'è proprio speranza...
Stavolta il tema centrale è, infatti, quello del disincanto: “A morte e Carnevale” è un'opera metaforica e ritrae la condizione di una città che si limita a sperare nella morte dei suoi oppressori, perché non trova più la voglia di ribellarsi.

Alla prossima.

venerdì 4 agosto 2017

Il nipote di Archimede - Lo studente straniero

C'erano un francese, una tedesca ed un italiano....Beh, sarebbe un buon inizio per una barzelletta ma oggi parleremo, invece, delle fatidiche “vacanze studio”.
Dubito che siate riusciti a sfuggire ai “full immersion english courses in the UK” e, quindi, sarete stati, “without doubt”, dei “foreign students” e avrete condiviso un appartamento con altri studenti oppure sarete stati alloggiati presso una “typical british family”.
E allora, visto che, con ogni probabilità, il ruolo dell'inglese nel mondo del lavoro attuale veniva, nell'antichità, assolto dal latino, proviamo ad immaginare cosa potrebbe esser successo....


Ὁ τοῦ Ἀρχιμήδους υἱωνός

Ὁ ξένος μαθητής


- Χρὴ εὖ μανθάνειν τὴν τῶν Ῥωμαίων φωνήν, εἶπε ὁ πάππος.
Ἐλθόντος τοῦ θέρους,ὁ Γλαῦκος ἔπλευσε εἰς τὴν Ῥώμην.
Ὁ Γλαῦκος ᾤκει τὴν οἰκίαν τοῦ Μάρκου.
Τὼ γονέε τοῦ Μάρκου εὐομίλω ἤστην καὶ ἀπὸ δείπνου ἀεὶ ἠρεύγεσθον· ὁ Γλαῦκος καὶ οἱ ἄλλοι παῖδες ἀκούοντες ἑψιόωντο.
Ἐν τῷ διδασκαλείῳ ὁ Γλαῦκος ἔμαθέ τε τὴν γραμματικὴν καὶ τὴν ποίησιν.
Τοῦ ἐχομένου ἔτους ὁ Μᾶρκος ἦλθε πρὸς τὸν Γλαῦκον ἵνα τὴν Ἑλληνικὴν φωνὴν μάθοι.
Ἄξιόν ἐστι ἄλλων ἐθνῶν τὴν φωνὴν καὶ τὰ ἔθη ἐκ παιδείας μανθάνειν.

E, poiché il tema odierno è quello delle “vacanze studio”, vi farò avere la traduzione solo dopo l'estate, così, se vorrete, potrete cimentarvi!
Avrete intuito, comunque, che il protagonista si dedicherà, durante le vacanze, allo studio del latino e poi porterà, come ciascuno di noi, qualcosa di quell'esperienza sempre con sé.
Scommetto che, se vi domandassi qual è la prima poesia in latino che vi viene in mente, rispondereste, “sine ullo dubio”, con i celebri versi di Catullo.
Tuttavia, considerando che l'Eneide mi ha impegnato per non pochi pomeriggi ai tempi del ginnasio, sceglierò...

Dal libro VI:

facilis descensus Averno;
noctes atque dies patet atri ianua Ditis;
sed revocare gradum superasque evadere ad auras,
hoc opus, hic labor est. Pauci, quos aequus amavit
Iuppiter, aut ardens evexit ad aethera virtus,
dis geniti potuere.

[e, per questa volta, vi risparmio anche la mia solita traduzione letterale (o quasi) , giacché quella di Annibale Caro è bellissima]

Lo scender ne l’Averno è cosa agevole,
Chè notte e dì ne sta l’entrata aperta;
Ma tornar poscia a riveder le stelle,
Qui la fatica e qui l’opra consiste.

Questo a pochi è concesso, ed a quei pochi
Ch’a Dio son cari, o per uman valore
Se ne poggiano al cielo.

Virgilio ci rammenta che sbagliare è facile ma rimediare al male fatto non lo è; solo chi è caro agli dei oppure è d'animo nobile può riscattarsi davvero.

P.S. : Traduzione
- Bisogna imparare per bene la lingua dei Romani, disse il nonno.
Giunta l'estate, Glauco fece vela per Roma.
Glauco abitava in casa di Marco.
I genitori di Marco erano affabili e dopo cena facevano sempre degli strani suoni con la bocca; Glauco e gli altri bambini si divertivano un mondo ad ascoltarli.
A scuola Glauco imparò sia la grammatica che la poesia.
L'anno seguente Marco si recò da Glauco per imparare il Greco.
E' un bene imparare la lingua ed i costumi di altri popoli fin dall'infanzia.