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giovedì 24 dicembre 2015

Il Primo Censimento

Una delle materie più affascinanti che ci siano è sicuramente la Demografia ed il censimento della popolazione è sempre un avvenimento di grandissimo interesse.
Tra i lavori svolti da mia madre c'è stato anche quello di supporto nella compilazione del corposo modulo cartaceo che ogni 10 anni ci viene consegnato e ricordo che mi parlava molto bene di questa sua esperienza lavorativa che l'aveva portata ad entrare nelle case di tante persone simpatiche, gente comune e star della TV, tutti accomunati da quei dubbi amletici che ci sorgono quando dobbiamo riempire dei moduli.
Anch'io, del resto, con i dati dei censimenti ho avuto qualcosa a che fare, quindi mi sembra doveroso dedicargli un po' di spazio in questo blog.
E se il primo censimento del 1861 contò circa 22.000.000 di neoitaliani, nel giro di 150 anni siamo diventati quasi 60.000.000, a dimostrazione che pian piano ce l'abbiamo fatta a diventare un grande Paese.
Ma, considerando la ricorrenza odierna, una rettifica si impone in quanto il Primo Censimento fu fatto molto prima dell'unità d'Italia e fu veramente un evento epocale.
Vediamo, allora, di cosa si trattò, così evitiamo pure di dimenticarci il Greco...
Dal Vangelo di Luca:

Nascita di Gesù - Vangelo di Luca

 
In quei giorni venne emanato un decreto da Cesare Augusto affinché tutti quanti si registrassero. Questo fu il primo censimento, essendo Quirinio governatore della Siria. E tutti andarono a farsi registrare, ciascuno nella sua città. E anche Giuseppe venne dalla Galilea, dalla città di Nazaret, alla Giudea, alla città di David, che è chiamata Betlemme, perché era della casa e della discendenza di David, per essere censito insieme alla sua promessa sposa Maria, che aspettava un bambino.
E mentre erano lì, per lei venne il tempo di dare alla luce. E diede alla luce il suo primogenito, e lo coprì con delle fasce e lo adagiò in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nella locanda.

Auguri a tutti.

lunedì 21 dicembre 2015

Il bandolo della matassa

Ricordate il post sul best seller di Harper Lee "To kill a mockingbird" ("Uccidere un usignolo")? Pochi mesi fa, a distanza di 55 anni , Jean Louise, la protagonista (in arte: "Scout"),  ritorna e ci racconta la seconda parte della sua storia in "Go Set a Watchman" ("Va', metti una sentinella").
Non ho intenzione, però, di riassumervi le vicende di Scout e della sua famiglia; il libro è troppo recente e, perciò, non mi sembra corretto: se volete sapere come va a finire, dovete leggerlo.
Mi soffermerò, invece, su alcune delle riflessioni che l'autrice ci suggerisce perchè, sebbene lo sguardo sia rivolto al Sud degli USA, le stesse tematiche le troviamo un po' ovunque (anche nella società di cui facciamo parte!).
Cominciamo  dalle famiglie "progressiste" e con un nome importante, i cui membri hanno tutti un'ottima "education"  e sono, almeno sulla carta, un punto di riferimento per le loro comunità. Difendere a spada tratta idee di tolleranza e di rispetto è sicuramente ammirevole, lo dico sinceramente e senza ironia, tuttavia chiudersi in un circolo e, sostanzialmente, non mescolarsi con gli appartenenti ad una classe sociale inferiore, soprattutto se questi ultimi sono spesso portati, dalle circostanze, ad essere un po' meno "politically correct", è, probabilmente, una contraddizione pedagogica: gli intellettuali svolgono una funzione importantissima, non mi stancherò di ripeterlo, ma dovrebbero stare tra la gente, perché solo così si possono cambiare i cuori.
Passiamo poi a quelli che vorrebbero salire qualche gradino sulla scala sociale...Il fatto di non essere nati nella culla giusta li costringe a parecchi compromessi perchè, mentre i rampolli famosi che vanno un po' fuori dalle righe sono considerati "eccentrici" e nessuno bada loro granchè, per chi viene dal basso l'eccentricità è imperdonabile e l'ipocrisia una virtù: bisogna comportarsi come ci si aspetta che ci si comporti in seno ad una comunità, anche se è un comportamento ottuso. Loro, al contrario dell'aristocrazia, in mezzo alla gente ci stanno, però non per educare ma per assecondare, per confermare e certificare. E', in estrema sintesi, un "do ut des".
Ma la riflessione odierna che mi sta più a cuore è la seguente: cosa spinge, in vecchiaia o comunque giunti ad un certo punto di quel cammino che è la nostra vita, uomini e donne che sono stati per molti anni tolleranti e rispettosi del prossimo, a pronunciare parole di odio o di disprezzo verso chi è diverso da loro? L'angoscia per questi giorni che volano via? La paura generata dalla maggiore consapevolezza della propria fragilità? Il rimpicciolirsi di quella cosa chiamata coscienza (N.D.R.:  direbbe, a proposito, il Grillo Parlante: "quella piccola voce interiore che la gente ascolta raramente. Per questo il mondo va così male.")? Ho visto molte persone cambiare...

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sabato 5 dicembre 2015

Ἄσπρος - Biancomonte

Riprendiamo la nostra rotta per l'Italia e spostiamoci dall'Abruzzo alla Calabria, anche perché, qualche tempo fa, un collega ha scelto di tornare alla sua terra di origine e quindi rendiamogli un affettuoso saluto.
Il libro del quale parleremo oggi, ovviamente, è “Gente in Aspromonte”, di Corrado Alvaro.
Romanzo meridionalista e naturalista, che si snoda attraverso 13 episodi, ci racconta le durezze e le dolcezze di quella terra dove, in un contesto dove i rapporti umani (e, talvolta, anche quelli familiari) sono prigionieri del duro mestiere di vivere, le passioni bruciano in fretta e gli odi si consumano lentamente, il cercare una vendetta nei confronti del rivale diviene la ragione principale del trascinarsi dei propri giorni e le speranze nascono, crescono e poi muoiono in un battito d'ali, con il tutto ingentilito dai colori, dai profumi, dai sapori e dai suoni descritti dalla penna dell'autore.
Ed i figli come naturale strumento di riscatto...Ecco così che c'è chi sceglie di vestire la divisa, chi deve andare in seminario a studiare da prete affinché tutti poi gli bacino la mano, chi, invece, deve cominciare da subito a fare il pastore per non pesare sulla famiglia (tanto poi sarà benificiato dal fratello) , chi emigra e... poi ci sono le figlie da maritare.
Un pezzo di storia dell'Italia ed, in fin dei conti, di tutti i paesi del mondo.
E, allora, cerchiamo, come al solito, qualche stralcio che ci illustri sentimenti e stati d'animo della “Gente in Aspromonte”.
Dal primo racconto, il più lungo, che dà il titolo all'opera... La famiglia Argirò cerca un riscatto sociale attraverso il figlio Benedetto, che studia in seminario, ma un giorno gli bruciano la stalla dov'era la mula e così è completamente rovinata.

[La moglie:]
Glielo aveva detto tante volte di non menar vanto del figlio e di non gloriarsi dell'avvenire, perché l'invidia ha gli occhi e la fortuna è cieca. Signore Iddio, com'è fatta la gente! Che non può vedere un po' di bene a nessuno, e anche se non hanno bisogno di nulla, invidiano il pane che si mangia e le speranze che vengono su.

E purtroppo è vero, l'invidia è un male antico e non necessariamente nasce dalle proprie privazioni. Si può invidiare chi ha meno di noi perché, alla fine, tutto può essere oggetto di invidia: la serenità, la bontà, l'educazione, l'onestà, la dignità...Si potrebbe aggiungere che l'invidia si manifesta sotto due forme, una positiva e una negativa: la prima è quella che ci spinge ad imitare, a fare del nostro meglio per eguagliare o superare il nostro prossimo e, alla fine, porta benefici a tutta la comunità; l'altra, parte dalla constatazione della propria incapacità di migliorarsi, oppure dalla consapevolezza di non esser disposti ad accettare il rischio di un fallimento ed allora trova sfogo nell'odio sordido verso gli altri e gioisce del male altrui, ma è solo un mezzo gaudio (N.D.R.: è la soddisfazione dei “cornuti”) , non favorisce lo sviluppo della comunità e, spesso e volentieri, produce danni anche all'invidioso. E, infatti, Antonello, l'altro dei figli degli Argirò, si dà alla macchia e procura la rovina della famiglia Mezzatesta, che aveva rovinato la sua. E, alla fine, quando si arrende ai Carabinieri...

Finalmente, disse, potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio.

E anche questo, purtroppo, è un pezzo della nostra storia e della nostra cultura: il rapporto di sfiducia nei confronti della legge e di chi l'amministra...Antonello, per avere giustizia, deve farsi brigante.

P.S. : Alle pendici dell'Aspromonte vive l'ultima comunità che parla il grecanico, un derivato del greco antico o del greco bizantino, da qui il titolo del post; ἄσπρος , in greco antico, ha anche il significato, oltre a quello del latino “asper” (aspro), di “bianco”.

domenica 29 novembre 2015

Il cammino dell'architetto

Riprendiamo il nostro viaggio tra i mestieri e le professioni e, dopo aver parlato di medici e avvocati, parliamo oggi degli architetti e lo facciamo attraverso uno stralcio dell'opera di Vitruvio, che all'architettura dedicò un vero e proprio trattato.
E, allora,  da "De Architectura" (Marco Vitruvio Pollione, 15 a.C), vediamo quale doveva essere, per i Romani, la formazione dell'architetto..

Cum ergo tanta haec disciplina sit, condecorata et abundans eruditionibus variis ac pluribus, non puto posse se iuste repente profiteri architectos, nisi qui ab aetate puerili his gradibus disciplinarum scandendo scientia plerarumque litterarum et artium nutriti pervenerint ad summum templum architecturae. At fortasse mirum videbitur imperitis, hominis posse naturam tantum numerum doctrinarum perdiscere et memoria continere. Cum autem animadverterint omnes disciplinas inter se coniunctionem rerum et communicationem habere, fieri posse faciliter credent; encyclios enim disciplina uti corpus unum ex his membris est composita. Itaque qui a teneris aetatibus eruditionibus variis instruuntur, omnibus litteris agnoscunt easdem notas communicationemque omnium disciplinarum, et ea re facilius omnia cognoscunt. Ideoque de veteribus architectis Pytheos, qui Prieni aedem Minervae nobiliter est architectatus, ait in suis commentariis architectum omnibus artibus et doctrinis plus oportere posse facere, quam qui singulas res suis industriis et exercitationibus ad summam claritatem perduxerunt. Id autem re non expeditur. Non enim debet nec potest esse architectus grammaticus, uti fuerat Aristarchus, sed non agrammatus, nec musicus ut Aristoxenus, sed non amusos, nec pictor ut Apelles, sed graphidos non imperitus, nec plastes quemadmodum Myron seu Polyclitus, sed rationis plasticae non ignarus, nec denuo medicus ut Hippocrates, sed non aniatrologetus, nec in ceteris doctrinis singulariter excellens, sed in is non imperitus.


Giacché questa disciplina è così ampia, abbellita e abbondante di differenti e molteplici materie, non ritengo che possano giustamente proclamarsi d'improvviso architetti se non coloro che fin dalla fanciullezza, salendo per questi gradi delle discipline, nutriti della conoscenza della maggior parte delle arti e delle lettere, siano giunti al supremo tempio dell’architettura. Ma forse sembrerà mirabile agli inesperti che la natura dell'uomo possa apprendere e ricordare un così ampio numero di dottrine. Quando si saranno resi conto però che tutte le discipline hanno delle cose in comune ed un collegamento, crederanno che ciò si possa facilmente verificare; infatti una disciplina completa è composita, come il corpo è composto di membra. E così coloro che fin dalla tenera età vengono istruiti in differenti materie, riconoscono in tutte le lettere le medesime caratteristiche e la comunicazione di tutte le discipline, e perciò conoscono tutto più facilmente. Ed è per questo che tra gli antichi architetti Pythius, che edificò eccellentemente il tempio di Minerva a Priene, dice nei suoi commentari che è opportuno che l’architetto, in tutte le arti e le discipline, possa fare di più di coloro che portarono al sommo splendore le cose singolarmente attraverso il loro industriarsi e i loro esercizi. Ma ciò in realtà non è conveniente. Infatti l’architetto non deve né può essere un grammatico, come fu Aristarco, ma nemmeno un illetterato, non deve essere un musico, come Aristosseno, ma neanche un ignorante della musica, non deve essere un pittore, come Apelle, ma nemmeno inesperto di disegno, non deve essere uno scultore, allo stesso modo di Mirone o Policleto, ma nemmeno ignaro delle regole della scultura, non deve essere, tanto meno, un medico come Ippocrate, ma nemmeno privo di nozioni di medicina, non deve eccellere in modo particolare nelle altre discipline, ma nemmeno deve ignorarle.


E, a mio avviso, probabilmente è proprio così, anche in questo mondo dell'ultra-specializzazione: che si architettino edifici, leggi, software, ecc. ecc., non si possono ignorare le lettere nè le altre discipline.

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domenica 15 novembre 2015

Mοῖρα - il pellegrinaggio di Don Alvaro

Facciamo un break e rispolveriamo uno dei classici del Romanticismo spagnolo, “Don Alvaro o la fuerza del sino” (“Don Alvaro o la forza del destino”) di Ángel Saavedra, il “Duque de Rivas”, che ci consente di allargare il discorso iniziato a proposito di indovini, vaticini e matematica.
Un po' di romanticismo, in fin dei conti, oggigiorno ci vuole e gli ingredienti necessari, nell'opera del Duque de Rivas, ci sono tutti: l'eroe coraggioso e tormentato, la “donna angelo”, l'eterna lotta tra l'amore e le convenzioni sociali, l'onore e il sentimento religioso.

¡Ángel consolador del alma mía!
¿Van ya los santos cielos
a dar corona eterna a mis desvelos?
Me ahoga la alegría...
¿Estamos abrazados
para no vernos nunca separados?
Antes, antes la muerte.
Que de ti separarme y de perderte.

Angelo consolatore della mia anima!
Vanno già i santi cieli a dar eterna corona ai miei sacrifici?
Mi affoga l'allegria...
Stiamo abbracciati
per non vederci mai separati?
Prima, prima la morte.
Piuttosto che separarmi da te e perderti.

Scontato anche il finale, con Don Alvaro che si suicida (altrimenti che eroe romantico sarebbe?) dopo aver provocato la morte, in un modo o nell'altro, di tutti quelli che la sua passione gli ha messo davanti.
E sebbene i suoi nemici cadano come mosche di fronte alla sua spada, nulla può contro il destino, i cui progetti non prevedono che i sogni dell'innamorato vengano coronati.

Baste.
¡Muerte y exterminio! ¡Muerte
para los dos! Yo matarme
sabré, en teniendo el consuelo
de beber tu inicua sangre.

E' troppo.
Morte e sterminio! Morte
per entrambi! Io togliermi la vita
saprò, avendo la consolazione
di bere il tuo sangue iniquo.

Già, Romanticismo a parte, rimane il dilemma se sia meglio essere fatalisti o sfidare il proprio fato, come Edipo. Beh, quelli di voi che appartengono al club dei “dreamers” sicuramente non avranno dubbi: se c'è una buona ragione per ribellarsi all'ineluttabilità del destino, questa è l'amore.

mercoledì 4 novembre 2015

Romanzo "Cafone"

Spostiamoci dalla valle del Belbo alle montagne abruzzesi, più precisamente in prossimità di Avezzano...Esatto, stiamo per parlare di “Fontamara” (Ignazio Silone, 1933). Confesso che non so spiegare il motivo di questa scelta, io “scrivo a braccio” , senza doppie finalità, ed il collegamento tra il romanzo di Pavese e quello di Ignazio Silone mi è venuto naturale, quasi automatico.
Fatto sta che quando ci si trova di fronte ad un'opera come “Fontamara”, nella quale quasi ogni frase è affilata come una sentenza, è difficile decidere da dove iniziare a fare le nostre riflessioni.
E allora, seguiamo il consiglio del re in “Alice nel paese delle meraviglie”, ossia cominciamo dall'inizio e andiamo avanti fino a quando non arriviamo alla fine: una volta lì, ci dobbiamo, gioco forza, fermare.
Iniziamo dunque dalla Prefazione, nella quale l'autore spiega la sua scelta di scrivere “Fontamara”:

Io so bene che il nome di cafone, nel linguaggio corrente del mio paese, sia della campagna che della città, è ora termine di offesa e di dileggio; ma io l’adopero in questo libro nella certezza che quando nel mio paese il dolore non sarà più vergogna, esso diventerà nome di rispetto, e forse anche di onore.

Fontamara è quindi un racconto sulla povertà, sullo sfruttamento e sull'assuefazione ai soprusi, ingiustizie che, ancor oggi, con buona pace dei “negazionisti”, sono ben lungi dall'essere debellate .
Le vicende dei protagonisti si svolgono, poi, contemporaneamente con l'avvento del fascismo..Sapete come i fontamaresi iniziano ad accorgersi del cambiamento? Erano abituati a percepire, in prossimità delle elezioni, 5 lire per ogni familiare morto che veniva, poi, fatto regolarmente votare per Don Circostanza, paladino e rovina del paese...E così, per molto tempo, non sanno nemmeno che ci sono i fascisti al governo finché, un giorno, vengono a sapere che le elezioni “non servono più” e che, quindi, anche quest'aiuto “dall'aldilà” è venuto meno.
Ma quello che riesce a smuovere l'inamovibile gente di Fontamara è la deviazione del corso d'acqua che irrigava i loro campi, grazie alla petizione truffa che chiede al governo

che il ruscello venga deviato dalle terre insufficientemente coltivate dei fontamaresi verso le terre del capoluogo i cui proprietari possono dedicarvi maggiori capitali”.

Già, quella della lotta per l'acqua, con il capitale, da una parte, che vuole accaparrarsela e la gente, dall'altra, che resiste, è veramente una storia infinita e le donne di Fontamara non fanno eccezione ed insorgono bellicose. Ma non fanno in tempo ad accorgersi di un imbroglio che cadono subito in un altro perché, sfortunatamente, interviene in loro difesa Don Circostanza, che trova l'uovo di Colombo:

"Queste donne pretendono che la metà del ruscello non basta per irrigare le loro terre. Esse vogliono più della metà, almeno così credo di interpretare i loro desideri. Esiste per ciò un solo accomodamento possibile. Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi. Così gli uni e gli altri avranno tre quarti, cioè, un po’ più della metà.”

E non c'è nulla da fare, nuovi imbrogli sono sempre in agguato...E quando gli imbrogli non bastano più, arriva la censura......

"Ma a Fontamara nessuno sa neppure che cosa sia la politica" osservò giustamente Marietta.
"Nel mio locale nessuno ha mai parlato di politica."
"Di che si parla, dunque, se il cav. Pelino tornò al capoluogo tutto infuriato?" chiese Innocenzo sorridendo.
"Si ragiona un po' di tutto" riprese a dire Marietta. "Si ragiona dei prezzi, delle paghe, delle tasse, delle leggi; oggi si ragionava della tessera, della guerra, dell'emigrazione."
"E di questo non si dovrebbe più parlare, secondo l'ordine del podestà" chiarì Innocenzo. "Non è ordine speciale per Fontamara, ma in tutta Italia è stato diramato quest'ordine. Nei locali pubblici non bisogna più parlare di tasse, di salari, di prezzi, di leggi.”
"Dunque, non bisogna più ragionare" concluse Berardo.

E viene così appeso il cartello “Per ordine del Potestà sono proibiti tutti i ragionamenti”.
E Berardo, l'eroe ribelle del romanzo, per una volta tanto, è d'accordo, perché “con i padroni non si ragiona”.
Tutti i guai dei cafoni vengono dai ragionamenti. Il cafone è un asino che ragiona. Perciò la nostra vita è cento volte peggiore di quella degli asini veri, che non ragionano (o fingono di non ragionare). ….Il cafone, invece, ragiona. Il cafone può essere persuaso. Può essere persuaso a digiunare. Può essere persuaso a dare la vita per il suo padrone. Può essere persuaso ad andare in guerra...”.

Ma se la censura non è sufficiente a placare gli animi di quelli che vedono approssimarsi i tempi della fame, arriva la violenza vigliacca del Potere.
E vediamo come Silone descrive gli attori di queste prodezze....

Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestieri, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano di servirli per ottenere il permesso di derubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte ed in gruppo, cattivi, malvagi, traditori. Sempre sono stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno.

Già, ma perché riescono ad imporsi? Perché, degli altri poveri, ciascuno pensa ai casi propri, ognuno è a capo di una famiglia e pensa alla propria famiglia, lasciando agli altri le faccende pubbliche.
E così si consuma il dramma di Fontamara in una soluzione di continuità sbalorditiva: il racconto si apre con il paese che viene lasciata al buio (in quanto viene tagliata la luce elettrica per morosità irrimediabile) e la gente si perde, progressivamente, in un'oscurità sempre maggiore.

sabato 24 ottobre 2015

Codex - L'eredità

L'ultimo post sugli indovini mi ha fatto tornare in mente Filemazio, il “protomedico, matematico, astronomo, (forse) saggio” della bellissima canzone di Guccini: “Bisanzio”.
Chissà se è veramente esistito...Immagino che ci saranno sempre stati uomini che si siano sforzati di comprendere i passaggi epocali basandosi sulle proprie conoscenze piuttosto che su istinti poco nobili ma, comunque, cogliamo la palla al balzo per riannodarci ad uno dei nostri thread, quello degli imperi che crollano.
Come sappiamo, l'Impero Romano venne diviso alla morte di Teodosio I (395) , tra i due figli Onorio e Arcadio, in Impero Romano d'Occidente e Impero Romano d'Oriente.
Il primo, ormai allo stremo [N.D.R. : certe eredità sono davvero pesanti!!], terminerà nel 476, con la deposizione dell'ultimo imperatore legittimo Romolo Augustolo da parte del generale Odoacre, mentre il secondo durerà fino al 1453, anno della conquista di Costantinopoli da parte degli Ottomani.
E, allora, concentriamoci sull'Impero Bizantino e più in particolare, visto che l'interesse morboso per il talamo degli altri, specie se potenti o famosi, non accenna a diminuire, parliamo di Giustiniano I che, in proposito, sposò Teodora, donna del popolo piuttosto “chiacchierata” (Procopio di Cesarea, nella sua “Storia segreta” (un libello contro Giustiniano e Teodora), ne scrisse di cotte e di crude sul suo conto!!), facendola imperatrice.
Ma, che si trattasse di voci di corridoio o meno, poco importa (almeno al sottoscritto!!!!): Giustiniano lasciò in eredità la riorganizzazione del diritto secondo uno schema non dissimile da quello attualmente in auge in molte nazioni moderne.
La sua opera riformatrice può essere suddivisa in tre periodi:
Il primo periodo, dal 528 al 534, durante il quale videro la luce:
  1. Il “Codex Iustinianus primus o vetus” (528-529) non ci è pervenuto ma, presumibilmente, era un'ampliamento del Codice Teodosiano;
  2. Il “Digestum” e le “Istitutiones Iustiniani”(530-533)
  3. Il “Codex Iustinianus repetitae praelectionis”(534) che è quello che ci è pervenuto ed è diviso in 12 libri e 4 argomenti:
    1. diritto ecclesiastico
    2. diritto privato
    3. diritto penale
    4. diritto amministrativo e finanziario
Il secondo periodo, dal 534 al 542, caratterizzato dalle “Novellae Constitutiones”;

Il terzo periodo, dal 542 al 565, durante il quale l'attività legislativa fu più scarsa e si concretizzò attraverso l'adozione di altre “Novellae

L'insieme di queste opere costituiscono il “Corpus Iuris Civilis”, fondamento della cultura giuridica di molti paesi.
E, allora, andiamo a curiosare nel Codex del 534 e vediamo quello che prevedeva il libro IX, quello del diritto penale, per coloro che si dedicavano a “malefici, matematica e assimilabili”, così torniamo al punto da cui siamo partiti (anche se, devo confessarvi che sono un po' preoccupato, perché comunque il mio lavoro ha a che fare con i numeri e perché la parte della Statistica che mi ha sempre affascinato è quella dei modelli predittivi...).
Ad ogni buon conto:

CTh.9.16.0. De maleficis et mathematicis et ceteris similibus.
.......
CTh.9.16.4 [brev.9.13.2]
Nemo haruspicem consulat aut mathematicum, nemo hariolum. Augurum et vatum prava confessio conticescat. Chaldaei ac magi et ceteri, quos maleficos ob facinorum magnitudinem vulgus appellat, nec ad hanc partem aliquid moliantur. Sileat omnibus perpetuo divinandi curiositas. etenim supplicium capitis feret gladio ultore prostratus, quicumque iussis obsequium denegaverit.

CTh.9.16.0. Sui malefici, la matematica e altre cose simili
.
CTh.9.16.4 [brev.9.13.2]

Nessuno consulti un aruspice, un matematico o un indovino. Cessino le confidenze empie fatte ad auguri e vati. Caldei[*abitanti dell'Assiria, terra di astronomi], maghi e altri, che il volgo chiama “Malefici” per la grandezza dei loro crimini, non si dedichino più a tutto ciò. Si metta fine a ogni curiosità relativa all'arte della divinazione e d'ora in poi chiunque rifiuti di ossequiare la legge venga condannato alla pena capitale e sottoposto alla spada vendicatrice.