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venerdì 12 aprile 2013

Sono Toste Queste Troiane

Beh, dopo "bruttine stagionate" che si fanno valere, Ipazie straordinarie e donne tutte d'un pezzo come Lucinda Matlock, mi è venuta in mente la tragedia che portò all'esame di maturità l'ex ragazza di mio fratello, "Le Troiane" di Euripide (a me era toccata "Medea", altra tipetta da prendere con le molle...).
Ma veniamo alle Troiane...Dopo la vittoria dei Greci, Cassandra, Ecuba, Andromaca e Elena attendono il loro destino. La loro città è stata distrutta, i loro cari sono stati uccisi e per loro si profila un futuro da schiave: in estrema sintesi, hanno perso tutto ma non perdono la loro dignità.
Cominciamo da Cassandra: per una qualche ragione, Agamennone si è invaghito di lei e se la prende come concubina. Vediamo cosa dice ad Ecuba congedandosi, tanto per cominciare in bellezza:

..se infatti esiste l'Ambiguo (Apollo), sposa in me una moglie più funesta di Elena il celebrato condottiero degli Achei Agamennone: infatti lo ucciderò, distruggerò la sua casata portandogli il castigo per i miei fratelli e per mio padre. 

 Il successivo discorso di Cassandra contiene poi un ragionamento molto interessante: i Greci sono molto più disgraziati dei Troiani, in quanto in questi 10 anni di guerra hanno vissuto lontano dalle loro famiglie (e le loro famiglie lontano da loro), senza aver il conforto dell'abbraccio dei loro cari nei numerosi lutti che li hanno colpiti, senza avere la consolazione di esser morti per difendere la patria..La guerra, in effetti, non porta niente di buono, neanche a chi la vince.
Passiamo poi ad Andromaca, la moglie di Ettore: sarà schiava di Neottolemo, il figlio di Achille, ed il suo bambino, Astianatte, sarà ucciso (su consiglio di Ulisse, che ritiene che sia più prudente non far crescere il figlio di un eroe: anche l'uomo dal "multiforme ingegno" non fa una bella figura in questa tragedia).  Vediamo come risponde Andromaca al latore delle sue sciagure:








Dunque andate, portatelo via e gettatelo, se vi pare giusto precipitarlo; mangiatevi le sue carni, poichè dagli dei veniamo distrutti  e non potremmo evitare la morte a questo fanciullo; coprite il misero corpo e gettatelo sulle navi: verso un bell'imeneo mi avvio, avendo perso il mio proprio figlio.

E infine Ecuba (destinata invece come schiava a Ulisse), che vuole a tutti i costi che Elena paghi con la morte per essere stata la causa della rovina di Troia. Vediamo cosa dice a Menelao, quando Elena cerca di implorare perdono:







Ecuba: Ascoltala, non la privare in morte di questo desiderio, o Menelao, ma concedimi di rispondere alle sue parole; infatti non conosci nessuno dei mali che ha portato in Troia. Assemblando ogni parola la distruggerò così che non possa fuggire da nessuna parte.

E poi c'è chi non sostiene che il peggior nemico di una donna è un'altra donna..Elena comunque cerca di difendersi, facendo risalire l'inizio della sua disgrazia alle elezioni di Miss Olimpo che ebbero Paride come giudice, quello stesso Paride che Priamo non soppresse condannando così Troia, ma Ecuba non le lascia scampo. C'è da dire che, se vogliamo lasciar fuori gli dei, la colpa dovrebbe esser ripartita al 50% tra i due, ma erano altri tempi e quindi..
Nel complesso, la tragedia contiene una forte (e attualissima) denuncia contro la stupidità e gli orrori della guerra: i Greci, re ed eroi in prima fila, sono spietati e ottusi nella loro ferocia e nelle loro passioni, mentre le Troiane conservano, nella disgrazia, un certo decoro (Elena compresa).

Post collegati: Achille

lunedì 8 aprile 2013

L'antologia di S.River

E' ora di colmare una delle tante lacune che ha (e che avrà) questo blog, rendendo omaggio a Egdar Lee Masters, che era uno dei poeti preferiti da un mio compagno di scuola. Più precisamente, al vertice della sua classifica c'erano due poeti tra loro forse agli antipodi, l'americano Masters e il romano Trilussa, accomunabili però da quella schiettezza che probabilmente gli piaceva molto.
Ed è fuori di dubbio che sulla collina di Spoon River c'erano sepolte persone di tutti i tipi e che parlavano senza troppi peli sulla lingua, cosa che probabilmente non doveva piacere al fascismo cosicchè quando il libro fu pubblicato in Italia aveva come titolo, per l'appunto, "Antologia di S.River"  per beffare la censura. Per il momento ci riuscì, ma poco dopo la casa editrice venne confiscata e la traduttrice, Fernanda Pivano, pagherà con il carcere le sue traduzioni di libri "proibiti".
Passata la "nottata", il libro ebbe un grande successo. Probabilmente tutti avrete letto il "Suonatore Jones" , oppure conoscerete altri personaggi dell'opera grazie al lavoro di F.De Andrè "Non al denaro, non all'amore né al cielo", che si ispira per l'appunto all'Antologia di Spoon River...Per oggi scelgo invece, tra i tanti abitanti della collina,  una voce un po' fuori dal coro, quella di Lucinda Matlock:


I went to the dances at Chandlerville,     
And played snap-out at Winchester.     
One time we changed partners,     
Driving home in the moonlight of middle June,     
And then I found Davis.
We were married and lived together for seventy years,     
Enjoying, working, raising the twelve children,     
Eight of whom we lost     
Ere I had reached the age of sixty.     
I spun, I wove, I kept the house, I nursed the sick,  
I made the garden, and for holiday     
Rambled over the fields where sang the larks,     
And by Spoon River gathering many a shell,     
And many a flower and medicinal weed—     
Shouting to the wooded hills, singing to the green valleys.     
At ninety-six I had lived enough, that is all,     
And passed to a sweet repose.     
What is this I hear of sorrow and weariness,     
Anger, discontent and drooping hopes?     
Degenerate sons and daughters,     
Life is too strong for you—     
It takes life to love Life.

Andavo ai balli a Chandlerville
e giocavo alle carte a Winchester.
Una volta cambiammo compagni
tornando a casa con la luna di giugno,
e allora conobbi Davis.
Ci sposammo e vivemmo insieme per settant'anni
divertendoci, lavorando, crescendo i dodici figli
otto dei quali perdemmo
prima che avessi raggiunto i 60 anni
Filavo, tessevo, gestivo la casa, attendevo il malato
curavo il giardino e, per vacanza,
girovagavo per i campi dove cantavano le allodole,
e per lo Spoon River raccogliendo tante conchiglie,
e molti fiori e erba medicinale-
gridando alle colline boscose, cantando alle verdi valli.
A novantasei anni avevo vissuto abbastanza, questo è tutto,
e passai ad un dolce riposo.
Cos'è questo che sento di dispiaceri e stanchezza
rabbia, scontento e speranze deluse?
Figli e figlie degeneri,
la Vita è troppo forte per voi-
ci vuole vita per amare la Vita...

giovedì 4 aprile 2013

Per amare Ipazia

Lasciamoci alle spalle Marilina, bruttina e stagionata, e le sue battaglie epiche per riconoscersi come donna e approfittiamo del fatto che qualche tempo fa hanno dato alla tele Ágora, di Alejandro Amenábar, per parlare sempre della difficoltà a trovare l'anima gemella anche quando la donna è bella ed intelligentissima, come nel caso della protagonista, per l'appunto, la filosofa alessandrina Ipazia (IV secolo d.C.). 
Come tutti i filosofi che si rispettino, Ipazia era astronoma e matematica e anticipò di molti secoli le conclusioni a cui giunse Keplero. Tuttavia i tempi non erano maturi: Ipazia verrà uccisa dai parabolani e il sapere "pagano" verrà cancellato (dietro una grande ostentazione di fede e devozione ci sono a volte ignoranza e violenza). Al di là del fatto che la vita di Ipazia nel film è ovviamente romanzata, la storia nella sua sostanza è vera (la filosofa divenne una martire della scienza e della libertà di pensiero), così come è innegabile che la distruzione del sapere ellenistico fu un danno gravissimo per il progresso scientifico. 
Non voglio però impelagarmi in speculazioni ormai inutili su dove saremmo arrivati oggi se il fanatismo non ci avesse regalato secoli di oscurità...La riflessione odierna è sulle difficoltà per una donna straordinaria ad uscire dalla sua solitudine. 
Socrate, Marx, Einstein, hanno tutti trovato una compagna con la quale condividere la quotidianità; il filosofo o lo scienziato non suscitano probabilmente tanta diffidenza nell'altro sesso quanto ne suscitano invece la filosofa e la scienziata. 
Alle donne per secoli fu quasi impedito di studiare e di insegnare, e quelle che si ostinavano venivano spesso considerate un po' "particolari". 
Probabilmente di tutto ciò si conserva un qualche inconscio retaggio ed è anzi probabile che una donna straordinaria abbia più difficoltà ad uscire dalla sua gabbia che la nostra Marilina.. perchè, se non fosse chiusa in una gabbia, una moderna (o anche un'antica) Ipazia potrebbe anche innamorarsi di un uomo senza grandi qualità (in fin dei conti, guardando la cosa dall'altra metà del cielo, spesso e volentieri le compagne di grandi pensatori erano tutt'altro che delle menti “eccelse”). 
E per amare invece una come Ipazia, senza essere un suo discepolo o un suo collega (perchè questa è una forma di amore diversa, dove gioca un ruolo di primo piano l'affinità)? 
Beh, credo che innanzitutto sarebbe necessario che la curiosità prevalesse sul timore e sulla pigrizia e poi..e poi lasciamo fare alle stelle!
Ipazia


Post collegati: La bruttina stagionata

lunedì 1 aprile 2013

Belle e brutte..

Niente cori da stadio, per carità...E' solo ora di riprendere la nostra esplorazione dei mali contemporanei,  tra i quali un posto (non so se nella "top ten", sono indeciso!)  spetta alla ricerca della bellezza a tutti i costi. Nessuna crociata, ci mancherebbe, ma comunque è un dato di fatto che il ricorso all'estetista se non addirittura al bisturi è diventato molto frequente, anche tra i giovanissimi.
Ma come difendersi e come proteggere i propri figli da un mondo che sembra implacabile nei confronti di chi bellissimo non è? Il rischio emarginazione sembra essere sempre dietro ogni angolo: a scuola, nel lavoro, in tutte le forme di vita sociale..
Come al solito, prendiamoci un libro e vediamo se c'è qualche suggerimento in proposito: questa volta è toccato alla "Bruttina stagionata", di Carmen Covito.
In una Milano non proprio "romantica", vive una zitella quarantenne, timida e sgraziata, che, ironia della sorte ( o della scrittrice), si chiama pure Marilina, così il contrasto con la celebre stella del cinema, che fece innamorare spettatori e presidenti, è gioco forza.
Marilina vive imprigionata nel suo corpo e nei suoi problemi: è laureata ma la sua timidezza le impedisce di affrontare direttamente i conflitti, quindi rifugge terrorizzata la possibilità di dedicarsi all'insegnamento: si guadagna la vita scrivendo tesi di laurea per conto terzi, cosa in cui è bravissima.
Sembra condannata a una vita grigia, però la nostra eroina è senza punti di appoggio (non ha un uomo, nè degli amici, nè una madre, su cui fare affidamento) ma non è senza risorse: la sua peculiarità è un'intrinseca abilità a aggirare tutti i problemi che le si presentano e a trovare una giustificazione a tutti per il loro comportamento, non sempre esemplare, nei suoi confronti e così, senza lasciarsi travolgere dal risentimento, poco a poco esce dalla sua gabbia.
Passando da una relazione all'altra (un ex-tossicodipendente, un extracomunitario, un rampollo benestante), libera la sua sessualità e si rende conto che, nonostante sia brutta, riesce a far conquiste.
Naturalmente questa non è una favola e non c'è un happy end, almeno nel senso pieno del termine: per Marilina non si prospetta quel futuro di matrimonio e maternità che certificano l'integrazione all'interno della società, ma a lei probabilmente non importa..Quello che le importava veramente era essere libera (e volersi un po' di bene) e c'è riuscita.

sabato 16 marzo 2013

Lezioni di volo

Oltre a quello di creare un essere umano (o un umanoide), tra i sogni dell'uomo c'è sempre stato quello di volare.
Stavolta però, i protagonisti del racconto non sono gli umani ma gli animali ed in particolare i nostri amici felini.
Indovinato, stiamo per parlare della celebre novella di Luis Sepulveda, "Historia de una gaviota y del gato que le enseñó a volar" ("Storia di una gabbianella e del gatto che gli insegnò a volare"), conosciutissima anche in Italia grazie al film d'animazione "La gabbianella e il gatto".
Zorbas e gli altri gatti del porto di Amburgo devono affrontare una prova difficilissima: fare da genitori a  Afortunada (Fortunata), una gabbianella che ha perso la madre, e soprattutto insegnarle la difficile arte del volo.
I gatti fanno del loro meglio però non hanno mai volato, perciò decidono di chiedere aiuto ad un umano: già, perchè i gatti, nel mondo di Sepulveda, sanno miagolare in tutte le lingue del mondo e non sono gli umani a possedere i gatti ma i gatti a possedere gli umani: ogni gatto ha il suo. Si tratta però di rompere un tabù, perchè è meglio che gli umani non sappiano di questa loro capacità, perciò verrà data una dispensa speciale a Zorbas  per parlare una sola volta e ad un solo umano. Alla fine la scelta ricadrà sull'umano di Bubulina, una graziosa gatta bianca e nera. Vediamo il perchè:

 -No lo sé. Ese humano me inspira confianza - reconoció Zorbas-Le he oido leer lo que escribe. Son hermosas palabras que alegran o entristecen pero siempre producen placer y suscitan deseos de seguir escuchando
 ...
- Tal vez no sepa volar con alas de pajáro, pero al escucharlo siempre he pensado que vuela con sus palabras.

Non lo so, ma quell'umano mi ispira fiducia- riconobbe Zorbas- l'ho udito leggere quello che scrive. Sono parole belle che rallegrano o rendono tristi però sempre producono piacere e suscitano il desiderio di continuare ad ascoltare.
----
-Forse non saprà volare con ali di uccello, ma ascoltandolo ho sempre pensato che vola con le sue parole.

E dopo tante fatiche, alla fine Fortunata riuscirà a volare. 
-Sí, al borde del vacío comprendió lo más importante-maulló Zorbas.
....
-Que sólo vuela el que se atreve a hacerlo...

-Si, sull'orlo del baratro comprese la cosa più importante-miagolò Zorbas
......
-Che vola solo chi ha il coraggio di farlo.

Lo stile è semplice e accattivante, come si addice ad una favola e ci sono differenze tra il libro e il cartoon: non ve lo perdete.

Post collegati: Memoriale del convento

domenica 10 marzo 2013

Herr Doktor

Passiamo adesso ad esaminare uno dei temi caldi degli ultimi anni, quello della bioetica e, come nostro costume, lo facciamo ricorrendo all'ausilio della letteratura.
Avete indovinato, stiamo per parlare di un romanzo cult, il precursore per eccellenza dei temi bioetici, "Frankenstein", dell'inglese Mary Shelley.
Ma se la storia del mostro e del suo creatore è arcinota a tutti grazie alle varie trasposizioni cinematografiche di cui è stata oggetto , il libro ha molte chiavi di lettura e, come spesso capita, fu incompreso all'inizio dalla critica.
Riprendendo un tema più volte trattato in questo blog, ossia se l'essere umano debba avere dei limiti o meno, la Shelley non si discosta dal filone letterario che vuole che chi cerchi di varcare la "soglia proibita" finisca inesorabilmente per essere travolto: il Doktor Frankenstein paga assai caro il suo amore per la creazione.

How dangerous is the acquirement of knowledge and how much happier that man is who believes his native town to be the world, than he who aspires to be greater than his nature will allow.

Come è pericolosa l'acquisizione del sapere e come è più felice l'uomo che crede che la sua città nativa sia il mondo rispetto a colui che aspira ad essere più grande di quanto la sua natura gli consentirà.


E se poi il libro è divenuto un cult tra i romanzi dell'orrore (o meglio, del "terrore"), è perchè evoca  l'ancestrale timore che la moltitudine  ha sempre avuto nei confronti della scienza: Frankenstein, addirittura, osa sostituirsi a Dio ed il risultato non può che essere disastroso.
Infine il romanzo è stato letto da alcuni come il dramma della diversità: il mostro diviene uno spietato  assassino in quanto perseguitato per il suo aspetto e temuto per la sua forza, ma come ogni tanto capita, non sono d'accordo con questa interpretazione, almeno nella sua interezza. Pagina dopo pagina, il mostro conosce il mondo e alla fine, anche nel male, è persino più umano del suo creatore. Come ogni uomo cerca di essere accettato dagli altri, vuole fare amicizia, desidera  una compagna  e come ogni uomo impara ad odiare quando gli viene fatto del male. E non gli sfugge la doppiezza dell'umana morale:

Listen to me, Frankenstein. You accuse me of murder; and yet you would, with a satisfied conscience, destroy your own creature. Oh, praise the eternal justice of man!

Ascoltami, Frankenstein. Mi accusi di omicidio e ancora distruggeresti, con la coscienza soddisfatta, la tua creatura. Oh, sia lode all'eterna giustizia dell'uomo!

No, decisamente il mostro di Frankenstein, sebbene non sia bellissimo come le star di Hollywood,  è umano (e imperfetto) come il suo creatore: più che il dramma della diversità è il dramma della similitudine: attraverso la sua creatura il Doktor Frankenstein prende coscienza della natura umana, un misto di bene e di male, di nobiltà e di malvagità, di timore della solitudine e di bisogno d'affetto.

Link collegati: Doktor Faust

sabato 2 marzo 2013

Il tempo delle ciliegie

Eccoci dunque giunti a Marzo, mese dei "Pesci" e dell'Equinozio di Primavera. E proprio in considerazione degli inguaribili romantici nati sotto questo segno e del fatto che tra poco entreremo nella stagione più bella, come introduzione di questo mese, ho scelto di rispolverare dei versi che ho letto molto tempo fa.
La poesia, o meglio, la canzone, dato che fu scritta nel 1866 da Jean Baptiste Clément e divenne un inno della "Comune", si intitola "Le temps des cerises" ("il tempo delle ciliegie").

Quand nous chanterons le temps des cerises
Et gai rossignol et merle moqueur
Seront tous en fête
Les belles auront la folie en tête
Et les amoureux du soleil au cœur
Quand nous chanterons le temps des cerises
Sifflera bien mieux le merle moqueur

Mais il est bien court le temps des cerises
Où l'on s'en va deux cueillir en rêvant
Des pendants d'oreilles...
Cerises d'amour aux robes pareilles
Tombant sous la feuille en gouttes de sang...
Mais il est bien court le temps des cerises
Pendants de corail qu'on cueille en rêvant !

Quand vous en serez au temps des cerises
Si vous avez peur des chagrins d'amour
Évitez les belles !
Moi qui ne crains pas les peines cruelles
Je ne vivrai pas sans souffrir un jour...
Quand vous en serez au temps des cerises
Vous aurez aussi des chagrins d'amour !

J'aimerai toujours le temps des cerises

C'est de ce temps-là que je garde au cœur
Une plaie ouverte !
Et Dame Fortune, en m'étant offerte
Ne saurait jamais calmer ma douleur...

J'aimerai toujours le temps des cerises
Et le souvenir que je garde au coeur !

Quando canteremo il tempo delle ciliegie
e l'allegro usignolo ed il merlo burlone
saranno tutti in festa
le belle avranno la follia nella testa
e gli innamorati il sole nel cuore
quando canteremo il tempo delle ciliegie
fischierà ancora meglio il merlo burlone

Ma è troppo corto il tempo delle ciliegie
quando si va in due a cogliere sognando
degli orecchini..
ciliege d'amore dall'uguale vestito
che cadono sulla foglia come gocce di sangue.
Ma é troppo breve il tempo delle ciliegie
orecchini di corallo che cogliamo sognando.

Quando sarete al tempo delle ciliegie
se avete paura delle sofferenze d'amore
evitate le belle!
Io che non temo le pene crudeli
non vivrò un solo giorno senza soffrire..
Quando sarete al tempo delle ciliegie
avrete anche delle sofferenze d'amore!

Amerò per sempre il tempo delle ciliegie

E' di quel tempo là che conservo nel cuore
una ferita aperta!
E anche se la Signora Fortuna mi fosse offerta
non saprebbe mai calmare il mio dolore...

Amerò per sempre il tempo delle ciliegie
ed il ricordo che ne conservo nel cuore!

Beh, è facile immaginare che i giorni della Comune furono giorni di grandissima passione nei quali amori e ideali furono indissolubilmente legati...Il messaggio, però, ha un valore universale e riguarda tutti i cuori, sia quelli infranti per un amore finito che quelli disillusi dal tramonto di un ideale: per quanto possa esser breve e per quanto possa poi far male, il tempo delle ciliegie va comunque desiderato e atteso, perchè regala la speranza prima ed il ricordo dopo.

Post collegati: La Comune